INTRODUZIONE
Come di consuetudine, il Cineforum Genovese quest’anno si conclude con il classico doppio appuntamento, una serata speciale con doppia proiezione che ha lo scopo principale di mettere a confronto il cinema del passato con quello del presente, per arrivare a capire, innanzitutto, le differenze sostanziali fra la società di ieri e quella di oggi. Già l’anno scorso l’operazione ci è sembrata riuscita nel suo complesso: mettere a confronto un noir classico come La fiamma del peccato e un thriller fortemente intriso di contemporaneità come Nella valle di Elah. Quest’anno la scelta è stata, se possibile, ancor più azzardata: proiettare Batman di Leslie H. Martinson (1966) e subito dopo Il cavaliere oscuro di Cristopher Nolan (2008) significa innanzitutto ragionare sul cinema come fonte di rappresentazione del reale. Quello del supereroismo è un genere che sta vivendo una vera e propria primavera negli ultimi anni. Nonostante i fumetti da cui le pellicole sono tratte esistessero già da diversi decenni, il cinema ha avuto la possibilità di dar corpo a questo peculiare incontro fra medium (cinema e fumetto, due arti figurative) solo recentemente, grazie all’avvento del digitale, quindi di un uso degli effetti speciali che non rendessero posticcio il risultato finale. Ecco allora Spiderman, L’incredibile Hulk, Iron Man, I fantastici Quattro, Ghost Rider, Blade, Daredevil e via dicendo. È stato notato da più parti quanto il genere dei supereroi sia il canale ideale per riflettere sullo stato delle cose della società contemporanea, con tutto ciò che essa concerne, uomo ed esistenza compresa. Con i dovuti accorgimenti, non è una teoria campata in aria. Il genere è sempre stato veicolo preferenziale per ragionare sulla società, sulla vita e sulla Storia, in quanto è libero dalle convenzioni più rigide ed è capace di innalzare radicalmente la cosiddetta “sospensione dell’incredulità” dello spettatore. In pratica si chiede a chi guarda un film di accettare tutti quegli elementi “impossibili”, fuori dall’ordinario, proprio perché il cinema dovrebbe essere la scappatoia per eccellenza dalla realtà, la famigerata “Macchina dei Sogni”. Ecco che l’horror, la fantascienza, il thriller e, a suo modo, il supereroismo diventano strumenti perfetti per compiere profonde riflessioni sulla contingenza senza che queste risultino pedanti e noiose. Il cinema deve essere anche questo: un compromesso fra lo spettacolo puro e complesse elucubrazioni concettuali. Divertire e far pensare.
In tal modo, scegliere di proiettare due film aventi il medesimo personaggio (Batman), eppure assai distanti fra loro, diventa un modo per gettare uno sguardo sulla società che li ha prodotti, sul cinema di cui fanno parte, sul modo in cui la Settima Arte tenta con mezzi inusuali di raccontare il mondo di cui è elemento integrante.
L’ORIGINE: IL FUMETTO
Il personaggio di Batman nasce dalla mente di Bob Kane (1916 – 1998), il quale è il principale responsabile di tutti i personaggi che gravitano attorno alla figura del cavaliere oscuro. A dire la verità, sembra che la paternità del personaggio appartenga in gran parte anche a colui che è considerato la spalla di Kane, lo sceneggiatore Bill Finger (1914 – 1974), che ha lavorato alle prime due storie di Batman. Sfruttando la scia del successo di Superman, sempre edito dalla Dc Comics, Batman esordisce nel maggio 1939 e, a prima vista, appare essere l’ennesima proposizione di un supereroe senza macchia e senza paura intento a combattere il male. Con il tempo, in realtà, si rivelerà essere qualcosa di molto di più originale e profondo. Innanzitutto c’è da sottolineare come Batman sia uno dei primi supereroi a non avere superpoteri, a rimanere in tutta la sua essenza uomo. Questo è fatto non di poco conto, poiché risulta di notevole impatto ai fini dello sviluppo del personaggio. Batman è un uomo e soffre come un uomo, combatte il crimine per motivi radicalmente umani, come la vendetta, l’odio, la paura. Da qui la concezione di Batman come il più oscuro fra i personaggi Dc e Marvel, come quello più ambiguo, soprattutto a livello morale, oltre che figurativo.
Mentre Stan Lee e Jack Kirby rivoluzionavano il mondo del fumetto con una serie di invenzioni che rimarranno alla storia (i personaggi della Marvel: Spiderman, Hulk, X-Men, I fantastici 4 ecc.), Batman, con Superman, rimane la roccaforte capace di salvare dal fallimento la Dc, che si butta su giovani autori come Neal Adams, che apporterà importanti evoluzioni ai personaggi di Batman, Green Arroway e Superman.
La storia di Batman si sviluppa nel corso dei decenni, ma conta almeno due grandi svolte epocali, sempre in ambito fumettistico: il taglio che ne danno due grandi del fumetto (e, perché no, della letteratura) come Frank Miller e Alan Moore.
Miller è autore di graphic novel di successo come Sin City e 300, da cui sono stati tratti i rispettivi film, ma anche padre di notevoli testi come appunto Batman: Anno uno e Il ritorno del cavaliere oscuro. Alan Moore è invece il più importante fumettista (insieme a Will Eisner, Neil Gaiman, Katsuhiro Otomo e pochi altri) degli ultimi vent’anni. Autore di capolavori come Watchmen, V for Vendetta e soprattutto From Hell, Moore si è avvicinato al difficile universo di Batman come solo lui sa fare: con una profondità concettuale di rarità assoluta. Se prendiamo dunque tre opere seminali come Anno Uno, Il ritorno del cavaliere oscuro di Miller e The Killing Joke di Moore, abbiamo gli elementi di cui si è servito il giovane e talentuoso regista Cristopher Nolan, che con Batman Begins e Il cavaliere oscuro ha saputo dare nuova linfa a un personaggio che si credeva ormai al tramonto. Da una parte Miller scrive l’inizio e la fine di una saga importante come quella batmaniana, proponendo le ragioni di Bruce Wayne e il modo in cui egli le perde di vista dopo anni di combattimenti, morti e sofferenze; dall’altra Moore propone una rivoluzione: un parallelo fra lo stato di Joker e quello di Batman, due facce di una stessa medaglia.
CRONOLOGIA CINEMATOGRAFICA DI UN SUPEREROE
Batman, forse più di altri, si è prestato bene al fascino del cinema e, più in generale, dell’immagine in movimento. Anticipato da una serie tv di 120 episodi che ha riscosso particolare successo, con Adam West nei panni di Wayne/Batman, il film girato da Martinson ne riprende i contenuti e il taglio televisivo per offrirli al pubblico delle grandi sale. Con il film del 1966 si esaurisce l’attenzione mediatica nei confronti del personaggio di Kane, per rinascere in seguito negli anni Ottanta. Grazie ai fumetti del duo Miller-Moore, il cinema si trova nuovamente interessato a raccontare le vicende di questo particolare personaggio e chi, se non Tim Burton, il più gotico e visionario dei registi di quel periodo, può rappresentare ancora una volta Batman al cinema? Burton si trova a suo agio nel raccontare le vicende di un personaggio tormentato come Batman, e riesce a ricreare una Gotham City degna del suo nome: sporca, oscura, gotica. Il primo episodio trova nell’interpretazione di Jack Nicholson, nei panni di Joker, e nelle maestose scenografie gli elementi chiave per farne un film di grande interesse, ma è con Batman - Il ritorno che Burton riesce a imporre tutta la sua vena visionaria accompagnandola a un approfondimento del personaggio che trova una riuscita correlazione con la nemesi di turno: Il Pinguino. Entrambi abbandonati, privi di affetto genitoriale, si trovano a vivere una vita di isolamento, emarginazione, incomprensione, solitudine. Hanno entrambi tratti più simili che differenti, a partire dal fatto che per proporsi al pubblico scelgono forme zoomorfe, ma, ancora una volta, si trovano su lati differenti delle barricate: Pinguino sfrutta il potenziale del suo odio per raggiungere il potere, Batman per fare del bene. La bellezza del dittico burtoniano sta, come già detto, nella dimensione in cui il personaggio è calato, un universo fortemente intriso di metafore che ricordano molto quelle delle favole, ma il fascino si limita ad essere nell’aspetto visivo, piuttosto che sul contenuto. A prendere il posto di Burton sarà Joel Schumacher, che firmerà i due capitoli successivi: Batman & Robin e Batman Forever. Schumacher mette la parola fine alle eventuali strade d’analisi che gli aveva preparato Burton, spingendo il pedale sull’aspetto più genuinamente pop: Batman diventa così un fenomeno da baraccone, l’ennesimo strumento con cui fare incassi da record al botteghino. Si perdono tutti quegli aspetti dark che rendevano il personaggio affascinante, specie dal punto di vista psicologico, si guadagna (?) in eccesso visionario e attoriale. Tutto, nei due film firmati da Schumacher, è sopra le righe, inutilmente. Batman scompare dall’interesse generale e sembra essere destinato al dimenticatoio, mentre altri personaggi, da Superman a Spiderman, da Hulk a X-Men, trovano miglior gloria. Almeno fino a quando un giovane regista decide di tentare l’impossibile: far rivivere Batman donandogli un nuovo taglio cinematografico. Il regista in questione è Christopher Nolan, che con pochi lavori è riuscito ad imporsi all’attenzione del pubblico e della critica internazionale. Con Following e, soprattutto, con Memento e Insomnia, Nolan mescola postmoderno con ossessioni contemporanee come l’identità, il tempo e la memoria. Progetti così al limite, autoriali in senso stretto, appaiono in contrasto con l’idea di fare l’ennesimo film su Batman. Ma Nolan spiazza tutti: decide di ricominciare da zero, cancellare quanto fatto finora, a riprova che il suo è un progetto che non intende confrontarsi con i lavori precedenti ma vuole essere la definitiva conciliazione tra le sue ossessioni poetiche e quelle più mainstream incarnate da Batman. Il risultato è Batman Begins, un film non privo di difetti ma strabiliante per l’approfondimento psicologico effettuato sui personaggi (Wayne in primis). Batman è un uomo tormentato dall’odio, dal desiderio di vendetta, incapace di avere una personale robustezza etica, slittando in continuazione fra il legale e l’illegale, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. La scelta del pipistrello deriva dalla paura di Bruce per il volatile notturno: egli rappresenta la paura che tutti i criminali devono provare di fronte alla giustizia.
Dopo Batman Begins, Nolan firma quello che, a nostro parere, rappresenta il uo capolavoro: The Prestige, una riflessione sulla realtà, l’illusione e il cinema stesso. Da qui a Il cavaliere oscuro il passo è breve.
BATMAN DI MARTINSON E IL CAVALIERE OSCURO DI NOLAN
Nel 1966 il cinema più commerciale aveva ancora una funzione catartica nei confronti del pubblico. Considerato una via di fuga dalla realtà, il cinema faticava, specie nell’ambito del genere, a rappresentare la dimensione storico-politica della società in cui veniva prodotto. Ecco perché Batman, essendo rappresentante del Bene, non può avere eventuali sfumature ma incarnare tutti i pregi di ciò che rappresenta, senza alcun difetto. Da qui l’idea, presente in Batman di Leslie H. Martinson. di una totale sinergia fra l’eroe e le forze dell’ordine, che addirittura lo celebrano in quanto protettore di Gotham. Gli stessi cittadini si sentono protetti da Batman, si rendono conto che Batman è l’eroe decisivo con cui preservare dal Male il mondo in cui vivono. Male e Bene hanno forme ben distinte, impossibilitate a mescolarsi. È una dialettica chiara che fa di Batman un personaggio chiave di una politica basata fondamentalmente sull’uso propedeutico del cinema. Il film di Martinson, che si colloca fra la prima e la seconda stagione della serie tv, si propone come una commedia, un circo in cui i personaggi hanno la funzione di divertire il pubblico, persino gli acerrimi nemici di Batman. Un film che nella sua estetica pop, sin dai titoli di coda, dichiara la necessità di farsi cinema leggero per rendersi di facile lettura.
Il cavaliere oscuro di Nolan è invece un film che incarna lo spirito del presente, sia quello prettamente sociale che quello genuinamente cinematografico. Nolan, forte dell’esperienza con i precedenti film, sforna una pellicola che riesce a coniugare come nessuno era mai riuscito spirito autoriale con necessità mainstream di intrattenimento. Nolan immerge il mondo del fumetto in una realtà fortemente realista, dimostrando i suoi intenti sin dall’inizio: la rapina alla banca, esplicita citazione di Heat – La sfida di Michael Mann, oltre ad essere un pezzo di bravura registica, è un vero e proprio manifesto. L’universo di Batman non è più dipinto come fantastico, favolistico, estraneo alla realtà che ci circonda, semmai diventa lo specchio ideale per parlare del nostro presente e della nostra società. Il cavaliere oscuro mette in primo piano una città, Gotham City, che è innanzitutto simbolo di una società alle prese con la paranoia del post 11 settembre, del terrorismo, dell’urgenza sicurezza. Il primo polo concettuale del film gira attorno a una città che rappresenta una società. Il secondo polo, ancor più importante, è rappresentato dal confronto Joker/Batman, che raggiunge vertici esistenziali inimmaginabili. Batman rappresenta un’etica che non conosce compromessi, se non quello di fare del bene e non uccidere nessuno. Quest’etica è messa in dubbio nelle sue fondamenta dall’atteggiamento anarchico e schizoide di Joker, che rappresenta il caos applicato sistematicamente a un ordine sociale precostituito. Caos e anarchia contro giustizia e rettitudine. Ma Batman nasce dall’odio e dal dolore, come sua stessa ammissione, quindi la sua figura rappresenta un’idiosincrasia, che il Joker cerca di mandare in cortocircuito. Batman dimostrerà a Joker e a se stesso l’integrità che lo contraddistingue, ma capirà che la città ha la necessità di considerarlo una minaccia, divenendo l’ombra oscura che avvolge e protegge i cittadini di Gotham. Se, quindi, le categorie di bene e male nel film di Martinson erano ben distinguibili, cristalline, chiare, poiché rappresentavano un mondo in cui bene e male erano ancora distinguibili e, soprattutto, il cinema si proponeva come catarsi costruttiva per lo spettatore, in Il cavaliere oscuro i confini si fanno sempre più labili fino a scomparire. È impossibile distinguere ciò che è bene e ciò che è male, impossibile identificare con facilità il nemico (specie in un tempo in cui esso non è una nazione ma un’entità terroristica poco definita), forse perché bene e male sono categorie surclassate, sia il bene che il male sono elementi inestricabili di un medesimo sistema, di uno stesso sguardo, dello stesso uomo. Tutto il contrario del Batman di Martinson e non può essere un caso: la società, e con essa il cinema, è cambiata in modo definitivo.
RASSEGNA STAMPA
Vedo Batman dal 1966. E da allora penso di aver visto tutti gli undici film ispirati ai suoi fumetti. Li ho apprezzati quasi tutti, specie quelli realizzati da Tim Burton, questo di oggi, però, diretto per la seconda volta da Christopher Nolan (l'altro, nel 2005, era «Batman Begins») mi sembra uno dei migliori, pronto a convincere e a coinvolgere.
Intanto, dal punto di vista narrativo. Nascosto sotto panni da pipistrello e con quelli pronto anche a volare, c'è sempre stato quel miliardario, Bruce Wayne, che si era dato come scopo quello di ripulire la sua città, Gotham City, dei tanti criminali che la infestavano, Lì si fermava, contrastato da un orrendo antagonista, detto Joker, che si proponeva sempre di fronte a lui come l'emblema del male, da vincere alla fine.
Adesso il miliardario travestito da Batman è molto di più che un giustiziere della notte. Intanto, è spesso in crisi perché sente in varie circostanze il rimorso che i suoi interventi, sempre motivati, provocano più delle volte la morte anche di innocenti. Poi, perché di fronte a lui, spesso dalla sua parte, ha un poliziotto che si muove lungo le sue stesse linee e un magistrato che, mentre lui fa il giustiziere, tenta, con serietà e impegno, di esercitare la giustizia (fino a un inatteso, ma molto abile capovolgimento di situazioni).
Questo trio, cui si aggiunge come al solito, ma con logiche più attente, la presenza femminile, mentre si scontra furiosamente con Joker, (mai, negli undici film, così terribilmente sopra le righe, tra sadismo e masochismo), vien poi rappresentato dalla regia impetuosa di Nolan nel modo più grandioso possibile. In una Gotham City rifatta con realismo duro a Chicago, con immagini quasi sempre buie, sciorinate da ritmi così martellanti e affannati da risultare inarrestabili. Senza una pausa, un cedimento, un attimo per raccogliersi. Solo azione e azione allo stato puro, da travolgere tutto, situazioni, personaggi e naturalmente spettatori. All'insegna di uno spettacolo cui non si è negato nulla perché raggiungesse il colossale, ma con intelligenza e sapienza.
Nelle stesse cifre gli interpreti: Christian Bale ancora una volta è Bruce Wayne e Batman, con giuste crisi. Di fronte a lui, inarrivabile, il compianto Heath Ledger, un Joker mai così torvo e definitivo. Anche se non c'è più, pensano di attribuirgli un Oscar alla memoria. Lo meriterebbe.
(Gian Luigi Rondi, Il Tempo, 28 luglio 2008)
È una favola sul potere, e anzi è una favola sulla paura e sull'ordine, questo Batman - Il cavaliere oscuro (Usa, 2008, 152'). Molti sono i suoi protagonisti, alcuni individuali – l'uomo pipistrello (Christian Bale), il procuratore Harvey Dent (Aaron Eckhart), il tenente James Gordon (Gary Oldman), il sindaco (Nestor Carbonell) –, e uno collettivo. Ed è questo, ossia la folla di Gotham City, il più decisivo, per quanto mai stia davvero al centro della scena.
Non sono individui, gli uomini e le donne che abitano la metropoli narrata da Christopher Nolan, ma una totalità indistinta e omogenea che si muove sullo sfondo. In primo piano, invece, vivono e prendono decisioni magistrati, politici, avvocati, poliziotti. Su di essi vigila Batman, il superindividuo, il decisore assoluto, il portatore del Bene. Ma tutti, dal ricco imprenditore che svolazza sopra i grattacieli vestito da stupido, al poliziotto che dà la caccia ai soldi della mafia, hanno come riferimento costante quella massa senza volto. È la sua paura che gestiscono e governano. È il suo bisogno di sicurezza, o meglio è il loro continuo, "vivente" sospetto d'essere insicura che vogliono blandire e controllare. Lo facciano per idealismo, come il procuratore Dent, o lo facciano per calcolo e in vista della carriera, come il sindaco, ogni loro mossa e ogni loro piano sono volti a garantire la legalità e l'ordine, o comunque a darne l'illusione.
Che si tratti di un'illusione è ben mostrato da Nolan. Non è forse una sorta di criminale il loro alleato segreto, l'uomo pipistrello? Nero come la notte e come la morte, contraddice ogni legge di Gotham. Ma più d'un filosofo politico della nostra epoca trista direbbe che è il male minore, necessario per contrastare quello ben più grave dei nemici della società. Insomma, Batman è il volto favolistico, e si potrebbe anche dire mitico, dell'ideologia della tolleranza zero, dell'ossessione dell'ordine e della sicurezza.

C'è però un altro protagonista, nel film. Anzi, c'è un antagonista radicale, folle e a modo suo saggio del superindividuo in mutande di kevlar. Dietro il suo sorriso orrido e sarcastico, appunto, il Jocker (Heath Ledger) smaschera e rende vani ogni sua mossa e ogni suo piano, e con essi quelli degli altri individui decisori. Di sé dice con orgoglio d'essere il portatore del caso e del caos, che nella loro cecità tutti gli esseri viventi fanno uguali, così rendendo a tutti una paradossale, ironica giustizia. E proprio come il caso e il caos, il mostro con la bocca tagliata minaccia di togliere a tutti la possibilità di un futuro: a Batman e ai suoi alleati quello del potere (della gestione e del governo della paura), e agli abitanti- massa della metropoli quello, illusorio e pericoloso, di un mondo senza attriti.
È una favola politico-filosofica, questo bel Batman di Christopher Nolan. In essa de nobis narratur. Come in ogni favola, del resto, ognuno sarà tentato di vederci una propria morale. Qualcuno finirà per identificarsi con il pipistrello tecnologico, qualcun altro con l'idealista Dent (ma avrà una delusione). Ci sarà poi chi si lascerà convincere dall'ottimismo che, verso la fine, la sceneggiatura mostra a proposito dei sentimenti umani ed etici della folla anonima. Ma a tutti si consiglia di prestare attenzione al Jocker, neutralizzato ma non vinto, e sempre incombente sugli entusiasmi dei teorici (e dei pratici)dell'ordine a ogni costo.
(Roberto Escobar, Il Sole-24 Ore, 3 Agosto 2008)
Non era facile reinventare un mito così strutturato e insieme così lineare come quello di Batman. Se il fumetto di Bob Kane aveva perso ben presto il suo «lato oscuro» (l' uso delle armi, che ne facevano un «fuorilegge», durò solo due anni, fino al 1941), la rilettura cinematografica operata da Tim Burton nel 1989 gli diede quelle componenti neogotiche e claustrofobiche che ne facevano una specie di eroe post-moderno, solitario e infelice come i suoi antagonisti. Quando nel 2005, Christopher Nolan decide di ripartire da zero (non a caso il suo film si intitolava Batman Begins), si trova a dover creare una «mitologia» facendo tabula rasa del passato per inventare un nuovo vendicatore mascherato, che si rivelerà meno fumettistico - nonostante i debiti con gli album di Denny O' Neil & Neal Adams e di David Miller & David Mazzucchelli - e risolutamente più adulto. E forse ci voleva proprio un regista inglese per mettere al centro del personaggio e del film quel senso di colpa «connaturato» alla cultura americana che in nome della propria opulenza si sente in debito verso i meno fortunati. E sa per esperienza che il Bene non è mai separato dal Male. Così, quando la Warner gli affida una nuova produzione, Nolan può permettersi - per la prima volta - di «cancellare» il nome Batman dal titolo e costruire tutto il film sulla tentazione del Male e il pericoloso fascino della Vendetta. Inventando ex novo un antagonista che lascerà un segno nella storia dei «cattivi» cinematografici: lo sfregiato Joker, l' ultimo personaggio interpretato (fino alla fine) da Heath Ledger prima della prematura morte. È lui l' anima dannata del film - narrativamente ma anche filosoficamente - ed è lui l' antagonista capace di far esplodere le contraddizioni che ognuno si porta dentro. A cominciare dai tre paladini della giustizia che cercano di opporvisi: Batman, naturalmente (affidato come nel film precedente a Christian Bale), e poi l' onesto poliziotto Gordon (Gary Oldman) e l' ambizioso procuratore Dent (Aaron Eckhart). Nella lotta che i tre conducono, non senza conflitti reciproci, contro la mafia e il suo impero economico entra a sorpresa proprio il Joker che si offre alla malavita come l' unico capace di fermare Batman. Anche se ben presto il suo «compito» si trasforma in una guerra senza quartiere contro l’ordine costituito e l' umanità tutta, di cui si diverte a far emergere l' egoismo e la voglia di violenza e cattiveria. E proprio questa apologia del Male diventa il tema centrale del film, con l’eroe negativo che teorizza lo scontro per lo scontro e il caos per il caos, mescolando parole d' ordine anarchiche a suggestioni situazioniste. Mentre i tre eroi «positivi» sono costretti a fare i conti con i limiti e il senso delle loro azioni, continuamente messe in discussione da una voglia di vendetta che finirà per travolgere tutto o quasi. In questo modo il film si colora di echi apertamente langhiani (ogni uomo nasconde in sé un potenziale assassino), che finiscono per concretizzarsi nell' esplicita citazione della Gloria Graham del Grande caldo, con il volto metaforicamente diviso in due metà, una affascinante e una orripilante. Come infatti succederà al viso del procuratore Dent dopo l' esplosione da cui Batman lo strappa mentre avrebbe voluto salvare Rachel (Maggie Gyllenhaal), la donna amata da entrambi: da un lato conserva il suo volto fiducioso e positivo, dall' altro il fuoco accentua la smorfia orrida e criminale di un essere crudele e vendicativo. E questa idea del volto come indice di moralità (specchio dell’anima?) finisce per diventare una delle chiavi di lettura del film, dall’ossessione di tanti per smascherare il vero volto di Batman (nuova variante del vecchio «farsi vedere a volto scoperto») al trucco sbavato e ferino di Joker. Che proprio in quella specie di maschera «non finita», con il rossetto che non rispetta più i lineamenti della bocca e delle cicatrici e la biacca che non copre le rughe e le asperità del corpo, trova la perfetta messa in forma dell’ambiguità e dell' indeterminatezza morale che lo identificano. A cui Ledger aggiunge una recitazione sapientemente inquietante che ha giustamente lasciato il segno e che lo candida a ricevere il secondo Oscar postumo della storia, dopo quello a Peter Finch per Quinto potere. E se alla fine il messaggio di un bambino e il comportamento delle persone stivate nei due traghetti sembrano lanciare un messaggio di speranza e di fiducia nei comportamenti del genere umano, la vera morale del film resta quella di una ambigua lezione sul «lato oscuro» della vendetta e sui limiti che si possono raggiungere per piegare il Male ai fini del Bene. Anche a costo di tradire la verità.
(Paolo Mereghetti, Il Corriere della Sera, 23 luglio 2008)
L'alieno è il pipistrello
Avremmo voluto evitare di sfruttare lo spazio critico a nostra disposizione per lanciarci in un elogio funebre dell'arte attoriale di Heath Ledger, ma la sua performance nei panni del Joker ci ha talmente stupefatto (sì, anche noi che eravamo tra i suoi più sfrontati sostenitori) da costringerci a cambiare percorso strada facendo; approfittiamo dunque dell'incipit di questa disamina per toglierci il cappello di fronte a un attore che ci ha abbandonato ancora animato dai sacri furori di una carriera poco più che neonata.
Lo aspettavamo al varco, Christopher Nolan: finora, infatti, Batman Begins rimaneva come elemento discordante all'interno della filmografia del regista. Laddove nei punti più alti raggiunti dalla sua messa in scena (The Prestige e Memento) si avverte una tensione costante nel ragionare sul senso dello spettacolo - parliamo di due progetti apparentemente mainstream che debordano fino a lambire i confini dell'avanguardia teorica -, proprio il primo episodio di questa nuova saga dedicata all'eroe in foggia di pipistrello ci aveva lasciato l'amaro in bocca. Nolan era apparso davvero poco a suo agio nell'approcciarsi a una materia così stratificata e, soprattutto, metabolizzata e resa feticcio da un'ampia fascia di pubblico. Siamo stati piacevolmente costretti a smentirci durante la visione de Il cavaliere oscuro; Nolan qui padroneggia perfettamente l'impianto scenico, innestando in un contesto "conosciuto" (al di là di Batman, Joker e Due Facce sono probabilmente i due antagonisti più noti dell'intera saga) molte delle sue ossessioni cinematografiche, prima fra tutte quella del doppio.
Moltiplicando all'infinito la teoria che era alla base di The Prestige, Nolan - anche sceneggiatore insieme al fratello Jonathan, come da prassi -, architetta un universo in cui tutti sono costretti a mentire per preservare la verità; è così ovviamente per Bruce Wayne/Batman, ma è così anche per il fido commissario James Gordon, per non parlare di Harvey Dent/Due facce, che palesa da un punto di vista anche visivo l'intuizione del regista. Procedendo per sovrastrutture degne della tragedia greca, i personaggi sono costretti a seguire i beffardi scherzi del caso (magistrale, sotto questo punto di vista, la scrittura della sequenza in cui Batman deve scegliere se salvare da morte certa Harvey Dent o la sempre amata Rachel Dawes, e perfetto il riassunto morale racchiuso nel finale) fino ad arrivare al punto da non poter più uscire dal ruolo che (in)volontariamente si sono imposti.
Unico a deviare da questo circolo vizioso e, anzi, a dirigerne per buona parte del film le mosse, è il Joker: in lui, animato da una spinta che non prevede alcuna meta tangibile alla fine del percorso tracciato, si trova la chiave di volta dell'intero film. Animale imbastardito, caotico e impossibile da padroneggiare, il Joker è l'essenza stessa del male, l'elogio assoluto del superfluo, della casualità, dell'atto di prestigio - ricorda qualcosa questa parola? - fine a sé stesso; nel momento stesso in cui Batman, ma anche Due Facce e i gangster della mafia, agiscono per motivi ben riconoscibili (la sete di giustizia, la folle brama di vendetta e il profitto economico), Joker si muove all'interno della pellicola in maniera completamente inafferrabile, incomprensibile, coerente solo ed esclusivamente al gioco personale che ha iniziato con la popolazione di Gotham City. Un gioco terribile, che prevede devastazione e morte, ma che proprio per la sua natura anarcoide e atea nel senso più ampio dei termini, costringe chi ha di fronte a una serie di scelte morali che solo apparentemente potrebbero apparire ovvie. Proprio la messa in scena del Joker, dunque, si rivela essere l'asso nella manica del secondo Batman firmato da Nolan, perché l'autore di Following e Insomnia è riuscito a cogliere, al di là dell'aura di maledettismo e di lunatica crudeltà che da sempre accompagna il personaggio, il vero aspetto di questa maschera clownesca e raccapricciante: la sua tragica e terrificante messa in mostra delle debolezze umane. E questa è una chiave interpretativa che mancava anche al Batman di Tim Burton (continuiamo imperterriti a considerare Batman - Il ritorno il più riuscito tra i due episodi burtoniani), ed è l'elemento che sconvolge completamente, alla stessa stregua del dinamitardo spirito distruttore del Joker, il corpus narrativo de Il cavaliere oscuro. Un film che rappresenta uno dei connubi più riusciti negli ultimi anni tra spirito autoriale ed esigenze mainstream, capace di evitare compromessi sia con l'aspetto più direttamente introspettivo della vicenda che con quello spettacolare - la sequenza iniziale della rapina è da lasciare completamente senza fiato, così come lo splendido inseguimento tra le vie di Gotham City -.
L'ennesimo gioco di prestigio di un autore imprescindibile del cinema dell'ultimo decennio.
(Raffaele Meale, CineClandestino.it)
I REGISTI
Leslie H. Martinson
Nato nel 1915, prima di dedicarsi al cinema, Leslie H. Martinson è stato giornalista per un giornale locale, fino a quando non decide di cercare lavoro presso la prestigiosa MGM. Esordisce come regista di serie televisive di ambientazione western nei primi anni Cinquanta. Il primo film che lo vede regista è Atomicofollia con Mickey Rooney (1954). Successivamente torna alla televisione dedicandosi dapprima alla serie Conflict e poi divenendo prolifico regista di punta di numerose serie tv della Warner Brothers Television. Tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, Martinson si divide tra cinema e tv, firmando per il primo pellicole quali: Le avventure di Cheyenne Bill (1960), Laddy alla riscossa (1962), L’impero dell’odio (1963), Batman (1966), Sfida sulla pista di fuoco (1970), mentre per la televisione si dedica a serie importanti fra cui lo stesso Batman e Mission: Impossible. Il suo ultimo lungometraggio è datato 1982 e si intitola L’angioletto senza ali.
Christopher Nolan
Fan di James Bond e Stanley Kubrick, Christopher Nolan è un grande narratore, un inventore di storie come non se ne vedeva da tempo nel cinema di massa. Fonde l'appetibilità commerciale con inedite soluzioni narrative, ama raccontare vicende parallele che collidono, dove si sdoppiano gatti, cappelli e persino persone. Nolan è un prestigiatore, il cui trucco maggiore, semplice quanto efficace, è la sceneggiatura. Ama i soggetti concettuali, che ruotano spesso attorno alla nozione di colpa e la rendono in trame labirintiche. Come in un gioco di prestigio i fatti sono nascosti da un intreccio mai banale.
Londinese di nascita, inizia a girare corti a sette anni, con la Super 8 del padre. Studia letteratura inglese al University College di Londra, e le sue frequentazioni letterarie lo renderanno cosciente di come il cinema sia rimasto legato alla fruizione televisiva, alle storie lineari "che puoi permetterti di seguire anche andando al bagno cinque minuti". La letteratura gli sembrava allora ben più capace di innovare le strutture narrative, superando certe rigidità delle sceneggiature classiche.
Ancora studente, nel 1989 riesce a far proiettare il suo primo corto sul canale americano PBS. Si tratta del surrealista Tarantella, girato in Super 8. Dopo aver partecipato al Cambridge Film Festival con Larceny (1996), realizza Doodlebug (1997): tre minuti su una caccia all'insetto con colpo di scena finale. Grazie alla moglie Emma Thomas, che produce, nel 1998 Nolan riesce a esordire nel lungometraggio. Following: è un noir in bianco e nero, erede della tradizione britannica degli anni '50. La storia si basa su flashback e flashforward, definendo fin dall'esordio il carattere essenziale del Nolan autore: le sperimentazioni temporali.
Following racconta di uno scrittore in crisi creativa che pedina sconosciuti nella speranza di avere nuove ispirazioni. In qualche modo, la costruzione di attese fondata su quei salti temporali finisce per far comprendere già dall'inizio dove intende arrivare la storia. Ma qualcosa d'innovativo s'intravede già, al punto che Following vince la Tigre d'oro al festival di Rotterdam nel 1999, e viene proiettato all'Hong Kong Film Festival dello stesso anno, dove Nolan chiede addirittura soldi al pubblico per finanziare il suo prossimo progetto. Girerà Memento e da lì sarà tutta in discesa: Insomnia, Batman Begins, The Prestige e Il Cavaliere oscuro lo consacrano come uno degli autori più importanti del cinema contemporaneo. Il suo prossimo progetto sarà un film intitolato Inception.
CREDITS
Batman
Regia: Leslie H. Martinson; sceneggiatura:Lorenzo Semple Jr.; fotografia: Howard Schwartz; montaggio: Harry W. Gerstad; musica: Nelson Riddle; scenografia: Chester L. Bayhi; interpreti: Adam West, Burt Ward, Lee Meriwether, Caesar Romero, Burgess Meredith, Frank Gorshin, Alan Napier; colore 105 minuti. – Produzione USA 1966. – Distribuzione: 20th Century Fox.
Il cavaliere oscuro
Regia: Christopher Nolan; sceneggiatura: Jonathan Nolan, Christopher Nolan; fotografia: Wally Pfeister; montaggio: Lee Smith; musica: James Newton Howard, Hans Zimmer; scenografia: Nathan Crowley; costumi: Lindy Hemming; interpreti: Christian Bale, Heath Ledger, Gary Oldman, Michael Caine, Aaron Eckhart, Maggie Gyllenhaal, Morgan Freeman, Monique Curnen, Ron Dean, Cillian Murphy, Chin Han, Nestor Carbonell, Eric Roberts, Ritchie Coster, Anthony Michael Hall, Keith Szarabajka; colore 152 minuti. - Produzione USA 2008. – Distribuzione: Warner Bros Italia.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
Frank Miller, Anno Uno, 1987 (fumetto)
Frank Miller, Il ritorno del cavaliere oscuro, 1986 (fumetto)
Alan Moore, The Killing Joke, 1988 (fumetto)
Salvatore Salviano Miceli, Cristopher Nolan, Sovera edizioni
Massimo Timossi – Stefania Ponzone, Batman, la maschera e il volto, Il Foglio letterario edizioni
|