Il nuovo cinema israeliano
Negli ultimissimi anni sono state sostanzialmente due le cinematografie nazionali impostesi sulla scena internazionale: quella rumena e quella israeliana. Qui prenderemo in considerazione quest’ultima, che ha radici antiche ma è scarsamente conosciuta: sin dagli anni Venti vennero infatti realizzati documentari sull’immigrazione ebraica in Palestina, mentre risalgono agli anni Trenta le prime opere di fiction. Dopo la costituzione dello Stato di Israele, avvenuta, com’è noto, nel 1948, si sviluppò un filone cinematografico conosciuto come “realismo sionista”, con storie che facevano riferimento alla storia della Palestina, alla tragedia della Shoah, e alle tensioni tra le popolazioni arabe e la nuova immigrazione ebraica. Alla crescita del cinema israeliano contribuì non poco in quegli anni anche l’immigrazione di cineasti e tecnici provenienti principalmente da paesi europei e dagli Stati Uniti. Gli anni Sessanta furono caratterizzati da un lato da una sorta di nouvelle vague israeliana, di ispirazione europea, e dall’altro dal successo commerciale di due generi come la commedia e il melodramma popolare, di evidente derivazione araba. Nel decennio successivo anche il cinema israeliano, analogamente a quanto stava avvenendo in Europa e negli Stati Uniti, affrontò tematiche socio-politiche, con particolare riferimento alle problematiche del mondo giovanile e alla questione della pace. Dalla fine degli anni Settanta iniziò a operare forse il più noto regista israeliano, Amos Gitai, dapprima come documentarista e poi come autore di film a soggetto in cui rivisitava pagine importanti della storia nazionale passata e presente con uno sguardo intelligente e non convenzionale, mentre negli anni Novanta si affermò Assi Dayan, figlio del noto generale Moshe Dayan, autore nel 1992 di La vita secondo Agfa. La produzione si attesta in quegli anni intorno alle dieci opere a stagione, che vengono realizzate per lo più grazie a contributi statali. Negli ultimissimi anni però la situazione è cambiata con un buon numero di film distribuiti a livello internazionale e apprezzati dalla critica e dal pubblico: ci riferiamo in particolare a Meduse (Meduzot) di Etgar Keret e Shira Geffen, che si è aggiudicato la Camara d’Or come migliore opera prima al Festival di Cannes del 2007, Valzer con Bashir (2008) di Ari Folman, forse il primo documentario d’animazione nella storia del cinema, vincitore del Golden Globe 2009 come miglior film straniero, Il giardino di limoni (2008), vincitore del premio del pubblico al Festival di Berlino del 2008, Lebanon (2009) di Samuel Maoz, vincitore del Leone d’oro all’ultima edizione del Festival di Venezia e The Time that Remains (2009) del palestinese Elia Suleiman, apprezzato lo scorso anno al Festival di Cannes ma non ancora uscito in Italia.
Il regista
Nato a Gerusalemme nel 1954, cresciuto tra gli Stati Uniti, il Canada e il Brasile, Eran Riklis si è diplomato alla National Film School di Beaconsfield, in Inghilterra, nel 1982. I suoi film, acclamati da pubblico e critica di tutto il mondo, lo hanno reso uno dei più conosciuti registi israeliani contemporanei. Tra i suoi titoli ricordiamo On a clear day you can see Damascus (1984, suo film d’esordio), Cup Final (1992, presentato a Venezia e Berlino), Zohar (1993, il più grande successo del cinema israeliano degli anni Novanta), Vulcan Junction (2000), Temptation (2002) e La sposa siriana (2004), distribuito in tutto il mondo e vincitore di 18 premi internazionali. Oltre ai film per il grande schermo, Riklis ha diretto e prodotto documentari e serie televisive molto noti in patria, tra cui vanno menzionati The Truck, Cause of Death: Murder, Lucky, The Poetics of Masses, Borders. All’attività di regista, inoltre, ha affiancato negli ultimi anni anche quella di produttore per il cinema, con film come Until Tomorrow Comes (2004), Three Mothers (2006), Burning Muki (2008). Il giardino di limoni, il suo ultimo film, è stato accolto con entusiasmo dai critici e dal pubblico al Festival di Berlino del 2008. Attualmente Riklis sta lavorando al film The Mission of the Human Resources Manager.
Gli attori
Nata a Nazareth, Hiam Abbass calca le scene di molti teatri israeliani, prima di trasferirsi a Londra nel 1988 e poi a Parigi, dove comincia a lavorare nel cinema e risiede tuttora. Dopo alcuni ruoli minori è protagonista in Satin Rouge di Raja Amari (2002) e La porte du soleil di Yousry Nasrallah (2004), ma il grande successo arriva con La sposa siriana di Eran Riklis (2004), a cui seguono titoli di livello internazionale come Munich di Steven Spielberg (2005), Paradise now di Hany Abu-Assad (2005), Il mio amico giardiniere di Jean Becker (2007), Disengagement di Amos Gitai (2007). Tra i suoi ultimi film, oltre a Il giardino di limoni (per cui ha ricevuto l’Israeli Film Academy Award), ricordiamo L’aube du monde di Abbas Fahdel (2008), ricordiamo L’ospite inatteso (2008) di Thomas McCarthy. Ali Suliman è invece nato a Nazareth nel 1977, ha studiato recitazione alla celebre Yoram Levinishtain Acting School di Tel-Aviv, dove si è diplomato nel 2000. Dopo diverse esperienze teatrali a Londra, ha esordito al cinema con Chronicle of a Disappearance di Elia Suleiman (1996), ma è arrivato al successo proprio al fianco di Hiam Abbass con i film La sposa siriana di Eran Riklis (2004) e Paradise now di Hany Abu-Assad (2005). Il suo talento lo ha portato fino a Hollywood, dove ha girato The Kingdom di Peter Berg (2007, con Jamie Foxx e Chris Cooper), The Prince of Venice di Yaa Boaa Aning (2008) e Body of Lies di Ridley Scott (2009, con Leonardo Di Caprio e Russell Crowe). Meno conosciuto, almeno in Italia, il resto del cast.
Il regista sul film
“... La situazione del Medio Oriente è in continua evoluzione, anche se a pensarci bene questa affermazione non è del tutto vera… Speranza, ottimismo, pessimismo, nuovi orizzonti, rivoluzioni, un nuovo giorno, il futuro, il passato: sono parole usate in continuazione per descrivere la situazione di un luogo dove è accaduto di tutto. Gli alberi, in fondo, sono sempre stati là a testimoniare quello che l'uomo stava facendo e, anche se a questo territorio solitamente si associano gli ulivi, la nostra storia parla di alberi di limoni che diventano addirittura una minaccia alla sicurezza nazionale. Fatto abbastanza inusuale per dei limoni… Quando ho finito di girare La sposa siriana, ero convinto che il film esprimesse in maniera compiuta quello che mi stava accadendo intorno, così come lo potevo conoscere ed osservare in qualità di regista e cittadino israeliano. Poi, però, mi sono accorto che c'era ancora qualcosa da dire, e quando mi sono messo a scrivere Il giardino di limoni, ho pensato di dover compiere un ulteriore passo avanti nel descrivere tutta la follia del Medio Oriente, portando a conclusione un discorso iniziato fin dai miei primi film. So che potrebbe sembrare troppo ambizioso, ma non è così se si pensa che Il giardino di limoni è una storia semplice e racconta le vicende di persone che si ritrovano a combattere su questioni che potrebbero essere risolte più facilmente se solo ci si ascoltasse l'un l'altro. Quindi, il tema centrale diventa la nascita di una solidarietà tra le due donne protagoniste, Salma e Mira. Una solidarietà su due livelli, personale e insieme nazionale. Così come era successo per La sposa siriana e Cup Final, ho attinto dall'assurdo mix di dramma e ironia, tragedia e commedia, insomma da quel caos incredibile di luci e ombre che contraddistingue la storia di israeliani e palestinesi...”
(“www.mymovies.it”, dicembre 2008)
La critica
“Dopo aver affrontato il dramma del conflitto tra Israele e Siria nel precedente La sposa siriana, Riklis ritorna sullo stesso tema ma cambia il punto di vista. Se prima era il matrimonio, simbolo di unione pacifica per eccellenza, a portare con sé le conseguenze tragiche di una guerra in corso, ora sceglie una discordia tra vicini di casa. E quando si vive in Cisgiordana, a due passi dal confine israeliano, non è mai solo una bega condominiale. Qui lo sguardo delle due donne antagoniste, una israeliana e l'altra palestinese, sorregge il peso della Storia: Salma è una donna umile, legata radicalmente al fluire della natura, che la rincuora dandole il frutto della sua pazienza e del suo amore, e Mira ha abitudini occidentali, è molto curata e, come spesso accade alle mogli dei politici, si occupa di organizzare lussuose feste di ricevimento. I limoni di Salma fanno parte della sua persona, vivono nel ricordo dei genitori e del marito defunto. Nella lettera del ministro, inviata per ‘suggerirle’ di sradicare gli alberi, è racchiusa la diversità tra i due contendenti: l'avviso è scritto in ebraico e Salma non sa leggerlo. I caratteri grafici di una lingua che la donna non parla e non sa decifrare, sono metafora di una mentalità molto diversa dalla sua. Quelle lettere che lei non sa comprendere sono il codice da interpretare per confrontarsi con l'Altro, con il persecutore; per arrivare a un compromesso pur sapendo benissimo che, per onorare se stessa e le sue origini, non dovrà cedere ad alcun tipo di risarcimento. Se il giardino di limoni non esistesse più, scomparirebbe anche lei.
Oltre il recinto che separa Salma, territorialmente e umanamente, dalla villa di Navon, Mira, da un punto privilegiato d'osservazione, la guarda e ne scruta i movimenti. Entrambe soffrono, tutte e due si scoprono più simili di quello che l'apparenza sembrerebbe dettare. A farle sentire vicine è un sorriso, una complicità che non ha ancora nome, una mesta solidarietà che, se trovasse lo spazio per esprimersi, o avesse forza sufficiente, umilierebbe facilmente la stoltezza della politica. Una lezione umana che il film sottolinea in ogni passaggio narrativo, con lunghi primi piani sugli sguardi delle due donne, andando a creare un filo invisibile che unisce i destini di entrambe.
La costruzione del muro di Israele, il recinto del giardino di limoni, il coprifuoco che blocca la strada sono le immagini di una sceneggiatura ostinata che vuole togliere le barriere, fisiche e spirituali, di un conflitto senza fine. Il regista mostra i limiti da superare, presenta i personaggi nella loro temeraria avanzata verso una pace impossibile. Ma nella lunga messa in scena delle due parti in lotta, la narrazione si irrigidisce un po' in uno schematismo che fatica a trovare soluzioni: i personaggi si muovono ma rimangono fermi, non c'è mai un avvicinamento concreto e ogni passo fatto in avanti corrisponde a uno scalino verso un nuovo distacco. Anche l'affetto dell'avvocato difensore è un'altalena che gira a vuoto. La natura, nel frattempo, fa il suo corso, i limoni, senza il nutrimento dell'acqua, cominciano a cadere a terra per non risollevarsi più. Come Salma, vittima di un potere troppo forte che, togliendole le radici, la fa scomparire lentamente, senza darle aiuti per rialzarsi”
(Nicoletta Dose, in “www.mymovies.it”, dicembre 2008)
“In La sposa siriana e in Il giardino di limoni i confini dischiudono la loro essenza nefasta. Cristallizzano la frattura fra pensieri attigui ma inavvicinabili, fra esigenze legittime ma insolubili. Il tocco di Riklis affronta però la questione sottovoce e da una prospettiva quotidiana, senza mai farla apparire come fulcro narrativo principale e senza mai palesare la violenza intrinseca. Questa leggerezza pesantissima avvalora i suoi film, li rende vicini anche alla sensibilità di chi poco o nulla sappia di Cisgiordania, Gaza e dintorni maledetti. (...) Nel suoi film si parla poco. Mai a sproposito. Qualcuno urla, ma è raro, quasi sempre è un militare e di certo un uomo. Di contro la maggior parte delle sue inquadrature manca del commento musicale; i vezzi stilistici si contano sulle dita di una mano – pochi movimenti di macchina, zoom rarissimi, montaggio lineare, uno o due flashback al massimo – i primi piani sono muti come il loro dolore, e gli effetti special, figurarsi, non fanno sfoggio di sé, nemmeno se si tratta di mostrare anche solo un’esplosione udita in lontananza. Perché in fondo, in barba agli effetti visivi, è nelle pieghe del quotidiano che l’odio nasce e si diffonde. È lì, nell’ordinario, che le posizioni legittime, i malintesi, le divisioni e i contrasti crescono, ben prima di essere cavalcati da chissà quali ghiotte leadership politiche.La riflessione di Riklis diventa così universale e la testimonianza dei suoi film ancora più significativa. Non è un caso che siano sempre le donne a parlare per lui. Nelle sue storie, sono loro a vivere le frontiere in maniera più lacerante. Sono loro a percepire nell’intimo i limiti alla propria libertà, loro a guardare con occhi attoniti le barriere insanguinate di cui sono prigioniere. E non è nemmeno un caso che proprio dalle donne – sembrano suggerire tanto La sposa siriana quanto Il giardino di limoni – parta la rivoluzione. il superamento delle frontiere. Si noti: La sposa siriana valicava ogni confine e portava lontano anche i sogni della sorella. Nel giardino di limoni è invece Mira ad abbandonare Israel e le sue carceri sicurissime. Mentre tutto il film è la lotta di salma per ribadire al mondo il proprio diritto a essere se stessa. Per Riklis, insomma, il futuro è donna”.
(Emilio Cozzi, in “Cineforum”, gennaio-febbraio 2009)
scheda tecnica a cura di Guido Levi
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