Home Page
  • Le informazioni
  • Non solo film
  • Calendario
  • Dove siamo
  • I Link
  • Scriveteci

 


Scheda critica del film:

   Tutta colpa di Giuda
Il Regista
Regista, sceneggiatore, produttore e critico cinematografico. Davide Ferrario è un intellettuale che ama il cinema, la magia delle immagini in movimento, sperimenta generi e stili diversi, con l'intento di raccontare piccole storie di italiani, provinciali alla ricerca di una vita più piena. Con uno spirito critico acuto, ha realizzato commedie e drammi, e si è affezionato all'animo dell'inchiesta dei documentari.

Critico, scrittore, regista
Si avvicina giovanissimo al mondo della critica cinematografica e dopo la laurea in Letteratura angloamericana, comincia ad occuparsi a tempo pieno alla scrittura e alla distribuzione di prodotti del grande schermo con la Lab80 di Bergamo. Scrive sulla prestigiosa rivista "Cineforum", pubblica una monografia sul regista tedesco Rainer Werner Fassbinder e prende i primi contatti con il cinema indipendente americano, di cui diverrà l'agente più importante, portando in Italia le opere di Jim Jarmusch, John Sayles e Susan Seidelman. Nei primi anni Ottanta si dedica alla stesura della sceneggiatura di 45° parallelo di Attilio Concari, poi debutta alla regia con il cortometraggio Non date da mangiare agli animali (1987). Scrive sceneggiature per numerosi registi con i quali collabora (Occhi che videro e Manila Paloma Bianca su tutti) e forma il suo stile, sperimentando e indagando nelle strutture di diversi generi cinematografici. Nel 1989 esordisce alla regia di un lungometraggio, La fine della notte, seguito poi dalla commedia Anime fiammeggianti (1994), melò rielaborato in commedia grottesca con risvolti surreali che racconta la 'cattiva' rinascita di un uomo abbandonato dalla moglie.

Tv, documentari e i giovani in crisi
Si occupa anche di serialità televisiva e nel 1990 dirige sei puntate della mini-serie American Supermarket, un ritratto ironico sulle abitudini degli italiani degli anni Cinquanta, e il documentario Lontano da Roma (1991), incentrato sulla struttura della "Lega Lombarda", presentata nei suoi pregi e difetti. Lo spirito militante di Ferrario lo porta a sentirsi a proprio agio nella realizzazione di documentari: nel 1995 lavora assieme a Guido Chiesa per dare voce al progetto di Materiale resistente, dove le immagini d'epoca della resistenza partigiana si mescolano ad una colonna sonora dall'animo pop/rock, poi ripercorre le tappe del viaggio Reggio Emilia-Mongolia del gruppo musicale CSI in Sul 45° parallelo (1997). Ritorna al cinema di fiction con il giovanilista e cinico Tutti giù per terra (1997) con Valerio Mastandrea nei panni di uno studente di filosofia fuori corso, bloccato tra la voglia di scappare e quella di restare e lottare per una vita migliore. In quest'ultimo film, Ferrario riesce a dare voce a quelle generazioni di disorientati che caratterizzano la fine degli anni Novanta, senza strafare ma mantenendo saldo uno sguardo di sincero realismo.


Sperimentazioni stilistiche
Si confronta con la commedia di viaggio in Figli di Annibale (1998) con Diego Abatantuono, cambia totalmente genere con Guardami (1999), ispirato alla vita della pornostar Moana Pozzi, film spregiudicato che indaga senza pudore nel mondo del cinema pornografico, tema che non ha trovato consensi nel pubblico e nella critica. Gira i documentari La rabbia (2000) e Le strade di Genova (2002), dopodichè ritrova un dialogo più sereno con gli spettatori con il film successivo, Se devo essere sincera (2004), dove una straordinaria Luciana Littizzetto si divide tra l'amore un po' raffreddato del marito e quello nuovo per un commissario di polizia interpretato dal comico Neri Marcorè, una commedia col morto tratta dal romanzo di Margherita Oggero "La collega tatuata".

La magia dell'arte e l'omaggio a Primo Levi
Nel 2004 prende la macchina da presa e la porta a perlustrare i corridoi, gli angoli nascosti e la magia del Museo Nazionale del Cinema di Torino, presentati poi nel film Dopo mezzanotte, interamente realizzato in digitale che ottiene tre nomine al premio David di Donatello. L'anno dopo ripercorre i seimila chilometri che Primo Levi fece da Auschwitz per raggiungere Torino nel documentario La strada di Levi (2005), scritto e diretto assieme a Marco Belpoliti. Nel 2008 esce nelle sale Tutta colpa di Giuda – Una commedia con musica dove una vitale Kasia Smutniak interpreta una regista teatrale alle prese con la messa in scena della Passione di Cristo all'interno di un carcere, tra la questione dell'indulto e lunghe riflessioni acute sul senso della religiosità.

Una conversazione con Davide Ferrario

Perchè il carcere?
Ho cominciato a frequentare il carcere nove anni fa, in modo abbastanza casuale. Mi fu chiesto di fare due lezioni di montaggio a un corso di formazione professionale per video-editor e operatori che si teneva a San Vittore. Doveva essere una cosa una tantum, ma l'impatto con il gruppo dei detenuti che frequentava quel corso fu così forte che chiesi un permesso da volontario e da allora continuo a lavorare "dentro".

TUTTA COLPA DI GIUDA, però, è girato a Torino...
Sì, perchè nel 2004, per una serie di ragioni, ho smesso di andare a San Vittore e ho cominciato a frequentare le Vallette di Torino, la mia città, dove vado tuttora. La situazione però qui è molto diversa. A Milano stavo al Penale, e cioé a contatto di condannati a pene molto lunghe, ergastolani, rapinatori, omicidi, anche alcuni BR mai pentiti; alle Vallette frequento la sezione Prometeo, una sezione sperimentale che è come la descrive don Iridio nel film: delinquenti di piccolo calibro, quasi tutti con problemi di droga - anche se in sezione ci sono alcuni condannati per reati più importanti e anche un ergastolano. Tanto è vero che nel 2006 eravamo già pronti a girare, ma poi arrivò l'indulto e quell'agosto ci ritrovammo in sezione solo io e l'ergastolano... Ci è voluto un altro anno per ricostruire un gruppo.

Il film, però, non è "sul" carcere.
No, infatti, semmai è "nel" carcere. Ammesso che i film debbano essere per forza "su" qualcosa, TUTTA COLPA DI GIUDA parla della religione. Non mi sarebbe mai interessato un film "sul problema carcere". Quel tipo di lavoro lo faccio in altro modo e ne ho anche una forma di pudore. Ma quando ho pensato alla storia del film mi è subito parso evidente che il carcere sarebbe stato un formidabile catalizzatore per trasformare una storia "intellettual-filosofica" in una vicenda realistica con delle grandi potenzialità di commedia.

A proposito della musica
La musica ha sempre avuto un ruolo fondamentale nel mio cinema. Da un certo punto di vista, era probabilmente inevitabile che prima o poi finissi per fare una specie di musical, anche se dubito che Tutta colpa di Giuda si possa iscrivere a questo genere in senso stretto. Qui il film non si ferma mai per "far cantare la gente" quando arriva il numero musical-coreografico. Piuttosto è la musica che diventa storia, più dei dialoghi e della sceneggiatura. Certamente per me la musica non ha mai avuto un ruolo di commento, ma si è sempre integrata nel senso profondo dei film che ho fatto. Quando parlo di musica, poi, non intendo un tipo specifico di genere musicale, ma suggestioni di ogni tipo. Basta dare un'occhiata alle colonne sonore dei miei film per rendersene conto. Tutta colpa di Giuda presenta così una varietà di contributi che è un po' una summa di molte influenze e suggestioni. Spero di essere riuscito a far convivere il rock dei Marlene Kuntz con le ballate di Cecco Signa, la fisarmonica romantica di Fabio Barovero con il beat di Gianni Maroccolo, il rumorismo di Paolo Ciarchi con l'orchestra sinfonica di Forti e De Luca. Con un ringraziamento particolare a Laura Mazza, coreografa, che è riuscita a far ballare una banda di detenuti come se fosse la cosa più naturale del mondo.

(dal sito ufficiale del film)

Un film a metà tra finzione e cinema verità
Quello che rende Tutta colpa di Giuda interessante è vero è il suo stare a metà tra finzione e cinema verità. I 20 detenuti del film – gli stessi con cui il regista ha lavorato a lungo all’interno del carcere - imparano davvero a ballare, cantare e recitare, ma soprattutto esprimono se stessi nella quotidianità: la noia, lo scoraggiamento, la gioia per l’improvvisa liberazione, le piccole distrazioni, i parenti fuori o nel braccio femminile di fronte, la funzione organizzativa e di riferimento svolta dagli ergastolani, la punizione violenta del detenuto che sgarra. La vita del carcere, che Ferrario da operatore volontario ben conosce, non è rappresentata in modo catastrofista od eroico ma come una punizione inadeguata, gigantesca pezza sociale che non svolge la funzione di recupero a cui sarebbe deputata, ma è abitata da una enorme popolazione e vive come una piccola città secondo regole alle quali tutti obbediscono o fanno finta di obbedire. “Qua dentro facciamo tutti finta”, dice un detenuto nel film. Ferrario offre ai suoi allievi – comunque privilegiati all’interno dell’universo carcerario proprio in virtù del progetto sperimentale che li coinvolge - l’occasione di spezzare la monotonia delle loro giornate e di intuire, forse, che può esistere altro, un’alternativa, oltre le mura e il filo spinato.

(Comingsoon, Daniela Catelli)

La musica (ancora)
Per una volta cominciamo dalla musica. La musica di cui è fatto Tutta Colpa di Giuda, ultima fatica del regista torinese Davide Ferrario. Una fusione tra rock e rap, un vitale sconfinamento (ma è solo un’intenzione) nel musical, una ritmica coinvolgente, "che pompa il sangue nelle vene" (per parafrasare il Jovanotti di "Fango"). Le composizioni originali sono dei Marlene Kuntz, band originaria della provincia di Cuneo, specializzati nel mescolare acri sonorità di rock estremo con le disarmonie psichedeliche del "noise". A loro si è unito Cecco Signa, cantante della folta scuderia della talent scout Caterina Caselli a cui è affidata l’intensa ballata rap che dà il titolo al film, assieme alla fisarmonica trascinante di Fabio Barovero dei Mau Mau. Lo staff tecnico della colonna sonora, poi, comprende nomi come quello di Gianni Maroccolo, che è stato bassista dei Marlene Kuntz e una delle voci del disciolto gruppo dei CSI, e di Paolo Ciarchi, straordinario inventore di suoni che ha consumato una pregevole esperienza in club milanesi come il Derby negli anni Sessanta. Di questo raffinato tessuto è composta la commedia con musica di Ferrario, critico passato dietro la macchina da presa e convinto sperimentatore di opere che travalicano i cliché di genere, spesso animate da un’intenzionalità narrativa votata allo straniamento e alla metafora (si veda il suo Tutti Giù per Terra, ritratto generazionale animato dalle musiche dei CSI). I toni agrodolci sono presenti anche in questo Tutta Colpa di Giuda, partitura cinematografica che propone accenti di verità e di libertà creativa attraverso i modi di un cinema indipendente le cui radici e i cui riferimenti risultano assai poco legati alla tradizione italiana. La storia è palesemente strutturata in progress ed esibisce un retrogusto teatrale che si rifà al côtè di happening carcerario tanto caro alle avanguardie dell’epoca del Living Theatre come a quelle più recenti.
(reVision, Francesco Puma)


Un film importante
Davide Ferrario realizza un film importante per il cinema italiano. Un film ‘nel' carcere e non ‘sul' carcere come egli stesso ama sottolineare. Da ateo convinto Ferrario non rinuncia ad interrogarsi sul senso profondo della religione e sulle risposte che in essa gran parte dell'umanità cerca. Consapevolmente o no prende le mosse da quanto dice Gesù nel Vangelo di Matteo: “ero carcerato e siete venuti a trovarmi.” Ferrario opera nelle carceri da un decennio circa ma lo fa lontano dai riflettori, con pudore. Qui ‘va a trovare i carcerati' in piena luce non per suscitare un pietismo ipocrita offrendo invece l'occasione alla ventina di detenuti della sezione VI, blocco A della Casa Circondariale “Lo Russo e Cutugno” di Torino per confrontarsi con un complesso lavoro di messa in scena e con una domanda: è possibile evitare il negativo della vita, ciò che ti trascina in basso, è indispensabile sprofondare in ciò che ti annulla per poi poter rinascere? Si può pensare a un colpevole senza il carcere e, più filosoficamente, a un Cristo senza la Croce?
Mel Gibson risponderebbe di no. Anzi, considerato lo spazio minimale lasciato alla resurrezione in The Passion, per lui solo il patire può essere considerato il fulcro della missione di Gesù sulla terra. Il termine passione invece qui viene letto con un'altra accezione. Ecco allora che Irena e i suoi ‘attori/cantanti', in questo Jesus Christ dietro le sbarre (che si vedono però volutamente molto poco dopo la prima inquadratura), possono pensare che la Croce possa essere evitata.
Gesù nell'orto degli Ulivi dice “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice di dolore. “(Lc, 22, 42). Se don Iridio, che si scandalizza dinanzi all' idea di Irena, avesse pensato a questo passo del Vangelo, si sarebbe accorto che lo stesso Messia ha avuto, come vero uomo, il desiderio di poter evitare il tradimento di Giuda (e la conseguente sofferenza e morte) proprio poco prima che tutto accadesse. Il sacerdote aveva chiesto alla regista di puntare sull'umanità di Cristo. Irena lo ha fatto. Perché solo a partire da lì si può cominciare a sperare e la Croce può trasformarsi in una rampa di lancio verso un mistero a cui ognuno di noi tenta di dare una spiegazione.
(Giancarlo Zappoli mymovies.it)

Un racconto di metamorfosi individuali
E’ evidente quanto a Ferrario interessi raccontare le metamorfosi individuali di un’esperienza liminare, usando la forma ibrida della commedia musicale (con il contributo delle coreografie di Laura Mazza) mescolata alle flagranze del mockumentary con l’ausilio di una leggera ed innovativa tecnica digitale che consente riprese "live" veloci ed avvincenti. Puntando su uno straniamento ludico, che prevede una sequenza animata in bianco e nero ed il piglio pop dell’approccio musicale, Tutta Colpa di Giuda si affida quasi interamente alla resa espressiva della sua magnifica ventina di debuttanti, i detenuti–attori assi ben selezionati a rappresentare un variegato numero di tipologie esistenziali, tutti meritevoli di citazione e di encomio. Tutti nomi che speriamo di poter ritrovare in cast futuri, visto l’efficacia della loro prova, testimonianza di una possibilità reale di emancipazione da un destino di deviazioni. Mescolando le loro clamorose presenze a quelle degli attori professionisti, Ferrario conduce in porto la propria originale operazione, donandogli un respiro lungo e un’iconicità spontanea che non ha bisogno di sottolineature retoriche. Al punto tale che, per una volta, non risulta stonato il ricorso alla metafora cristologica, adatta a provocare la conversione intellettuale di Irena, illustrando con intelligenza i dissidi tra la razionalità e il suo contrario, tra rassegnazione e speranza, tra utopia e desiderio concreto. Così, sul finale, scopriamo che, pur tra infinite difficoltà, per il gruppo di detenuti il percorso di liberazione si è già compiuto, nel momento in cui si palesa l’ulteriore occasione dell’indulto. E non ci vergogniamo di partecipare all’afflato sincero di commozione che il film libera come energia positiva e propositiva, smontando convenzioni e pregiudizi di cui, ci accorgiamo in queste occasioni, siamo un po’ tutti vittime inconsapevoli.
(reVision, Francesco Puma)

C’è anche chi la pensa così ....

IL FILM BLASFEMO " TUTTA COLPA DI GIUDA "

Qual è il messaggio di questo film blasfemo?
Davide Ferrario è ateo, e vuole che tutti diventano atei come lui.
Quindi con la scusa del musical Jesus Christ recitato dai detenuti, e con l'invenzione tutta falsa che nessun carcerato vuole fare la parte di Giuda, Ferrario si sente libero di cambiare Gesù e il vangelo, quindi non c'è tradimento e morte.
Ora questa fantasia blasfema che utilità ha?
E' una fantasia-spazzatura delle peggiori, anti-storica e anti-cristiana.
Noi credenti e chi ancora non crede non abbiamo bisogno di Gesù e vangeli inventati da atei come Ferrario, ma di storia e certezze, di religione e santi insegnamenti, che solo il Nuovo Testamento può darci.
Ancora, il film e' nelle sale a Pasqua, ed è proprio una bestemmia contro la  S.Pasqua, infatti, in quest'opera blasfema non c'è la morte e la risurezione di Gesù, che bravi !

(centroantiblasfemia.myblog.it)

scheda tecnica a cura di Paolo Filauro
 

 



© 2009 2010 Cineforum Genovese