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Scheda critica del film:

   Il mondo di Horten

Il Regista

Bent Hamer, regista norvegese pluripremiato, sceneggiatore e produttore, ha studiato cinema e letteratura all’Università di Stoccolma e alla Stockholm Film School. Oltre ai più noti lungometraggi, ha scritto e diretto numerosi cortometraggi e documentari. Il suo primo film, Eggs, è stato premiato nel 1995 al Festival di Cannes nella sezione Quinzaine des Réalisateurs. Lo stesso anno ha partecipato al Moscow International Film Festival, dove ha vinto il premio per la migliore opera prima. Hamer è anche ideatore e direttore della BulBul Film Association, fondata a Oslo nel 1994.

In Italia, il regista è noto soprattutto per Kitchen Stories, indagine sociologica sulle abitudini di uomini single norvegesi nella propria cucina, e per Factotum, in cui Matt Dillon interpreta magistralmente uno scrittore nato dalla penna di Charles Bukowski. Nella sua quinta pellicola, Il mondo di Horten – dedicata alla madre e a tutte le donne che praticano il salto con gli sci – l'autore tratteggia con grande sensibilità un universo che poggia sui ritmi lavorativi nel quale, d'un tratto, irrompe il caso, la possibilità di potersi gestire il proprio spazio e tempo, di rimettersi in gioco. Con toni da fiaba, il film riflette la precisione del suo autore che riesce visivamente a creare atmosfere dense di poesia, venate talvolta di lieve ironia e di un surrealismo alla Tati.

Appunti critici

Il cinema europeo sta compiendo uno sforzo inedito nella rappresentazione (e nella valorizzazione) della terza età. Dopo Settimo cielo, tedesco, ecco il norvegese Il mondo di Horten, il cui protagonista è un sessantasettenne, ma non un vecchietto da osservare con affettuoso distacco. Anzi: la vita vera di Odd Horten, per quarant' anni conducente di treni, sembra iniziare proprio con la pensione. È allora che l'uomo, un solitario, comincia a guardarsi intorno. Per la prima volta sale su un aereo; decide di vendere la sua vecchia barca e fa incontri bizzarri. Quello, soprattutto, con un vecchio (sedicente) diplomatico, che guida l'auto con gli occhi bendati e gli lascia in eredità un grosso cane. Alla fine, ad attenderlo, c'è anche una donna. Il genere di film che lo spettatore assuefatto al cinema formattato definisce "lento"; ma che, in realtà, prende solo il tempo necessario per affezionarti a un personaggio e farti osservare - assieme a lui - il suo mondo.
(Roberto Nepoti La Repubblica, 19 giugno 2009)

Scritto e girato dal norvegese Bent Hamer, il film prende inizio da un'inquadratura fissa: fumando la sua pipa, Odd siede alla guida di un locomotore. È il suo penultimo servizio, e anzi – per uno scherzo del caso – finisce per essere l'ultimo. Ovunque stia andando, si tratta di una meta che non fa parte di alcun viaggio. Chi viaggia davvero, infatti? Chi non sa dove il suo cammino lo porterà. Non c'è buon viaggiatore che non accetti il rischio di perdersi. Odd invece ha percorso per una vita intera gli stessi binari. Più d'uno immagina che, in questo modo, un uomo finisca per essere sempre più certo di sé. E c'è chi invece ama perdersi, sapendo che non c'è altro modo per ritrovarsi. Per fortuna, ogni tanto la leggerezza del caso sconvolge gli itinerari già tutti decisi. Così capita a Odd, la sera che i colleghi gli fanno gran festa (si fa per dire), come sempre a chi va in pensione. Bastano un campanello che non funziona e una scala esterna che sale, forse, fin nell'appartamento di un collega. Quel che segue è l'inizio di un viaggio vero, colmo di stupore e disorientamento. Abituato alla certezza dei binari, ancorato alla precisione degli orari, ora Odd entra in un mondo incerto e impreciso. Chi è quel ragazzino curioso che lo costringe a restare tutta la notte seduto accanto al suo letto? S'è trovato per sbaglio nella sua stanza, il vecchio ferroviere, e quasi pare che il ragazzino lo stesse aspettando. Comunque, la mattina dopo i due si salutano come vecchi amici, mentre Odd scivola oltre la porta di casa, non visto dal resto della famiglia. Che senso c'è, in tutto questo? Nessuno. O forse ce n'è uno che si mostra in negativo, nel confronto fra la linearità d'una vita intera e questo emergere improvviso dell'eccezione. E ancora, chi è quell'ometto strano che entra in una tabaccheria dicendo d'aver perso la scatola di fiammiferi appena comprata? Ha un sorriso confuso, indifeso. Partecipe e gentile, la proprietaria gliene regala un'altra. Quello esce, rinfrancato. Ma subito lo vediamo al di là della vetrina mentre inciampa e cade. Poco dopo, di nuovo l'ometto si presenta. Di nuovo la donna lo aiuta, e di nuovo quello inciampa... Non ne sapremo più nulla. Ma la sua storia minima attraversa il film come un meteorite il cielo: per quanto effimera, la sua luce per un attimo l'accende. Ed è un meteorite la pietra che a Odd mostra un altro ometto strano, incontrato mentre se ne sta sdraiato per strada, nel freddo di Oslo. Si chiama Trygve (Espen Skjønberg). Così dice. Dice anche che la pietra ha quasi 5 milioni di anni. Poi la posa in una vetrinetta del suo salotto. A Odd pare increscioso che proprio lì finisca un viaggio tanto lungo. Ma il suo nuovo amico ha le idee chiare. Fanno tutti lo stesso sbaglio, gli risponde: quel viaggio attraverso l'universo ancora dura. Di molto altro si nutre l'assurdo, nel film di Hamer: per esempio, di signori grigi e con il cappello che, sedere a terra, scivolano lungo una strada ghiacciata, come se li avesse immaginati René Magritte. Ma con l'assurdo nella vita quieta di Odd entra la scoperta che nemmeno la sua vita ha terminato il proprio viaggio. Basta levarsi l'uniforme da ferroviere, per smettere d'essere "uniforme". Poi, al fondo d'una galleria esplode una luce chiara come quella d'un meteorite che bruci in cielo. Al di là c'è ancora futuro. E c'è il tempo necessario per ritrovarsi, e per vivere.
(Roberto Escobar Il Sole-24 Ore, 28 giugno 2009)

Saltare o non saltare? Il dilemma amletico di Odd Horten, ferroviere che sta per andare in pensione dopo anni avanti indietro nelle valli della Norvegia, si pone a contatto con un mondo senza orari né impegni. Ed ecco che l'originalità della vita gli consente incontri del più strano tipo (uno strambo randagio filosofo che guida col volto bendato) e altre amenità occasionali: si perde all'aeroporto, resta in ostaggio di un bambino, esce dalla piscina coi tacchi alti. Tutto può accadere, con un lume di lieto fine e due vecchie in attesa. Film ludico nordicissimo dello stesso Bent Hamer di Kitchen Stories e Factotum, che dona un pessimismo grottesco citando qua e là Kaurismaki ma senza arrivare al sentimento e all'umanità del personaggio, con un meccanismo di guida che è telecomandato da una originalità abbastanza finta nella contrapposizione delle cose della vita.
(Maurizio Porro Il Corriere della Sera, 19 giugno 2009)

Il lavoro monotono non è soltanto tedioso, rappresenta pure l'ossatura di un'esistenza, la ragione che impone orari, doveri, gesti sempre uguali: e quando ci si ritrova privi di questa ossatura, lo sconcerto e lo smarrimento possono far perdere la testa. II signor Horten, che per quarant'anni ha guidato lo stesso treno lungo il medesimo percorso, a 67 anni deve andare in pensione. Disordine e solitudine invadono la sua vita, gli riportano la donna amata un tempo, gli portano un nuovo grosso cane affettuoso, molte inattese avventure e, per la prima volta nella sua lunga esistenza, la libertà. Presentato in una sezione laterale al festival di Cannes, il film norvegese eccentrico, piacevole, intelligente, ben recitato e ben diretto, ha un umorismo, una sensibilità rara, e non si prende gioco dei vecchi.
(Lietta Tornabuoni La Stampa, 19 giugno 2009)

La fine di un viaggio, professionale e umano, raccontata "all'inverso": l'uscita da un ventre oscuro e rassicurante, fatto di abitudini e piccole manie, verso un "altrove" in cui tutte le regole sembrano, non dimenticate, ma deliberatamente rovesciate. La meticolosità, l'eleganza, la calma quasi disumana del protagonista resistono, imperturbati baluardi di un passato che si intuisce monotono, ma non infelice: la vita oltre la vita (perché quella del vecchio Horten è in fondo un'odissea post mortem, come indica il "suicidio" del prefinale) è identica e al tempo stesso agli antipodi dell'esistenza che l'ha preceduta, una bugia dalle gambe corte o, forse, una perfetta verità. Bent Hamer firma un'opera che mescola con ineccepibile equilibrio la vena melanconica e quella grottesca. Il sibillino script è uno scheletro sufficiente, quando è nelle mani di un regista (peraltro anche sceneggiatore) cui basta un totale per esprimere la superiorità e il distacco di Odd nei confronti del collega più giovane ed esuberante (la situazione sarà ribaltata nel finale "onirico"), un campo lungo per ribadire la solitudine e lo smarrimento del protagonista (la scalata all'appartamento della festa), la profondità di campo per sottolineare la fragilità e la forza di un rapporto (la visita alla madre). In realtà quasi ogni scena del film ospita frammenti di puro piacere squisitamente cinematografico, che nascono non solo dalla bellezza raggelata delle immagini, ma soprattutto dalla loro forza e concentrazione espressiva (ancora un esempio: la scena dell'aeroporto, con il particolare esilarante degli addetti alla torre di controllo armati di binocolo). Prosciugato di ogni enfasi, indifferente all'imperativo (altrove) categorico di narrare (o meglio ancora: riferire) storie compiute (e per giunta nei minimi dettagli), Il mondo di Horten riesce a essere quello che la maggior parte delle commedie vorrebbe e non può essere: una favola dolce e terribile, un apologo sorridente e per nulla consolatorio. Ovviamente il film arriva nelle nostre sale con due anni di ritardo.
(www.spietati.it Stefano Selleri)

Un uomo che ha passato la vita sui binari, alla lettera, deraglia lentamente, dolcemente, verso il caos dell'esistenza. Si chiama Horten, è norvegese, fuma la pipa e sta per compiere 67 anni. Dunque addio vita regolata da conducente di treno, orari di ferro e amante in un'altra città. In pochi giorni Horten dovrà affrontare prove rimandate da un'eternità. E non è detto che non le superi, perché il Caso lo mette di fronte a incontri bizzarri e sommessamente rivelatori. Un portone che non si apre, ed eccolo scalare la facciata del suo palazzo, per passare la notte nella stanza di un bambino che lo capisce al volo. Una nuotata in piscina, solo, nudo, di sera, e arrivano due ragazze, nude anche loro, che non lo vedono e si buttano in acqua cominciando a pomiciare... Più soli di così si muore, ma l'imperturbabile Horten, nipotino di tutti i cineasti dell'impassibilità, i Tati, i Jarmusch, i Kaurismaki etc., ha altre prove che lo aspettano. Fra cui una madre che in gioventù saltava con gli sci dal trampolino e ora nemmeno lo riconosce. Ma la Norvegia è generosa con chi accoglie l'eccentrico e l'imprevedibile. E Il mondo di Horten ha le qualità degli altri film di Hamer, Kitchen Stories e Factotum, su e da Bukowski: bizzarria visiva, humour a miccia lenta, morale nascosta ma persistente. Un conforto, di questi tempi.
(Fabio Ferzetti Il Messaggero, 19 giugno 2009)

scheda tecnica a cura di Alessandro Sbrana

 



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