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Scheda critica del film:

   Lebanon

Il regista

Samuel Maoz è nato in Israele nel 1962. Ha seguito i corsi di cameraman alla Accademia d’Arte Beit Tzvi, e ha poi lavorato conme srt director in film e produzioni televisive. Ha partecipato come soldato alla prima guerra del Libano, nel 1982. Lebanon (cui ha iniziato a lavorare nel 2007) è il suo primo lungometraggio.

Una dichiarazione di Samuel Maoz

"Questo film autobiografico per me rappresentava la necessità di far vedere il mondo così com'è: nudo e crudo, senza cliché. Ed è anche un modo per perdonare me stesso di quello che ho fatto in prima persona, in Libano, come soldato. Ma per riuscirci, ho cercato di parlare al cuore della gente, non alla ragione politica". E di fronte a una cronista libanese che gli rinfaccia di non aver fatto vedere la realtà del conflitto, mostrando invece "propaganda israeliana", replica: "Io ero lì, la situazione era questa. E comunque anche i militari mandati in guerra sono vittime".

Film claustrofobico
Claustrofobico, intenso, sconvolgente, Lebanon di Samuel Maoz racconta la prima guerra del Libano, e lo fa traverso le vicende di quattro soldati che non si erano mai trovati prima in una situazione così estrema e di pericolo.Tutto girato dentro un carro armato israeliano durante la prima guerra del giugno 1982, racconta le vicende di quattro ragazzi prima che di quattro militari.
Tank, interno, notte, paure e incontinenza verbale, malesseri fisici e disturbi dell'anima, il regista 25 anni fa viveva quelle stesse sensazioni e si vede. Il suo è un film durissimo, con scene terribili come i dettagli di un'esplosione che colpisce un auto con a bordo una persona anziana che viene ridotta ad un moncherino. Il film di Maoz è personale: il 6 giugno 1982 lui stesso nella prima Guerra del Libano uccise un uomo per la prima volta nella sua vita, non per scelta nè perchè gli era stato ordinato, semplicemente per istintiva reazione di autodifesa, insomma per sopravvivenza.
Queste dinamiche sono al centro di un film che ha scosso e commosso la platea della Mostra di Venezia, non tanto per la grana particolarmente sottile dello stile cinematografico, non per la novità di una regia dei luoghi angusti o degli scenari di guerra, ma per quella capacità di mostrare sentimenti ed emozioni pure, senza il bisogno di filtrare tutto attraverso l'ideologia, politica o religiosa che sia.

(Rocco Giurato, 35mm)

Clima infernale
Lebanon non è solo una pellicola antimilitarista: non descrive la guerra, ci entra. Ci cala, per la quasi totalità del film, in quella sorta di tomba cingolata che è il carro armato, ossia un luogo angusto, buio, sporco, viscerale, insomma il ventre della bestia. Maoz eccede forse in veemenza all’inizio della pellicola, con una sequela di immagini shock per calarci subito in un clima infernale, ma in un’opera prima, oltretutto autobiografica, è davvero un difetto da poco.

(filmTV)

Film rigido
Rigido. Lebanon è un film rigido.
Inquadrato in un meccanismo talmente solido da rimanerne imprigionato, fa della guerra un pretenzioso e programmatico esercizio di stile, tra cerebralismi autoreferenziali e palesi esibizioni retoriche che lasciano poco spazio al faticoso affiorare della tragedia umana. Il carro armato rimane solo ferraglia, il soldato solo acciaio.
Marco Compiani (spietati.it)

L’altra faccia della medaglia
Lebanon non è il primo film israeliano che compatisce, deresponsabilizza e, infine, assolve i massacratori, ieri in Libano oggi a Gaza. Valzer con Bashir ne è un altro esempio.
Lebanon è un film razzista: il 6 giugno 1982 inizia l’invasione israeliana del Libano. Dopo le immagini di un campo di girasoli maturi, la scena si sposta all’interno del carro armato, dove fanno la loro parte nella guerra quattro giovani soldati, ignari, perché probabilmente distratti a scuola.
Come il loro comandante, un duro dal cuore tenero, sono belli, umani, sensibili fino alle lacrime, affettuosi e rispettosi della famiglia.
Almeno quanto gli altri, nemici o alleati, sono brutti, disumani, insensibili: il guerrigliero, con tanto di kefiah, usa addirittura una famigliola come scudo umano (mentre il rapporto Goldstone sui crimini di guerra e umanitari a Gaza denuncia l’uso di scudi umani da parte di Israele.) Compiuto il loro dovere, con perdite limitate (mentre l’invasione lasciò sul terreno 19.085 morti libanesi) il carro armato si ritrova nel campo di girasoli: e una scritta recita “gli uomini sono d’acciaio, i carri armati sono ferraglia”.
Lebanon è un film brutto: dopo l’originale scenografia claustrofobica, non si risparmia nulla: dall’allevatore di polli colpito dal fuoco israeliano che, rimasto senza due gambe e un braccio, continua a gridare “pace”, alle lacrime dell’asino squarciato, alla donna usata come scudo umano che, con le vesti incendiate dal fosforo, viene prima denudata (per salvarla) poi ricoperta e accarezzata da chi le ha appena ucciso il marito e la bambina. Non è solo pacifismo grossolano, è solo un brutto film, che oscilla, senza decidersi, fra il sentimentale e il grottesco.
(palestina libera ! http://palestinanews.blogspot.com)

scheda tecnica a cura di Paolo Filauro

 



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