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Il regista
Figlio di un elettronico, con i nonni di origine russa, cresce nel Queens a New York, dove è nato nel 1969. Si laurea nel 1991 alla Scuola di Cinema e Televisione dell'USC (University of Southern California). Nel 1994, a ventiquattro anni, scrive e dirige la sua opera prima, 'Little Odessa', con cui ottiene il Leone d'argento alla Mostra del Cinema di Venezia. Sei anni dopo, 'The Yards', il suo secondo film, è in concorso al Festival di Cannes del 2000. Nel 2007 sceneggia e dirige 'I padroni della notte', che glioffre l'opportunità di ripresentarsi a Cannes. Con il successivo Two Lovers, nel 2008, cambia radicalmente genere passando al dramma sentimentale .
Rassegna Stampa
L'asimmetria, l'illusione, il conforto e i compromessi dell'amore. [...] Amare è importante, essere amati è confortante: Leonard si fidanza con Sandra, Michelle sembra cedere alle attenzioni di Leonard. Elementi esterni, drammi, influenze famigliari complicano l'intreccio. James Gray è delicato, ma non patetico. Racconta storie, pensieri, dubbi, sensazioni universali. È difficile non specchiarsi, almeno parzialmente, in qualcuno dei personaggi. Two Lovers è ambientato a New York, ma non nella Manhattan delle luci sfavillanti, delle feste, dei ristoranti chic, degli eccessi. Quella compare solo di sfuggita, come controcanto ambientale del vero teatro del racconto: una Brooklyn meravigliosamente anonima, popolare, notturna, con lavanderie a secco, silenziosi lungomare, case di mattoni e scale di sicurezza, dalle cui finestre ci si incontra come in Colazione da Tiffany. In tutto il film non si vede quasi un raggio di sole e la scelta non è casuale. La storia è di una semplicità quasi disarmante, così come sono semplici tutti i suoi protagonisti e i sentimenti che li muovono. Non solo i tre vertici del triangolo, ma anche i parenti: i genitori di Leonard e Sandra, anime della comunità ebraica locale, più amorevoli che stereotipati nel loro rapporto con i figli. Tutto è calibrato alla perfezione. Quello che avrebbe potuto essere un noioso drammone sentimentale si rivela invece una riuscita riflessione sulle relazioni umane, le contraddizioni e le diverse esigenze affettive che le caratterizzano, la speranza, il bisogno, l'ossessione. Su tutti quei meccanismi e quelle dinamiche che ci spingono verso un'altra persona o ce ne allontanano, senza che possiamo fare molto per impedirlo.
(Luca Castelli, Il Mucchio)
Adorato in Francia, poco noto in Italia, James Gray ha solo 40 anni ma è un grande regista classico. Un nipotino di Scorsese senza la sua rabbia, ma con una folle capacità di calarsi in fondo ai suoi personaggi. Two Lovers è Le notti bianche di Dostoevskij a New York, oggi. Un salto senza rete. Per crederci dobbiamo cancellare paranoie, rapacità, tutto ciò che sappiamo dell'America. I protagonisti sembrano troppo adulti, l'epoca poco credibile. Fossero gli anni 30 o 50, passi. Ma oggi? [...] In altre mani sarebbe schematico. Gray e i suoi attori ne fanno un portento di finezza, penetrazione, intensità. Portandoci dentro ogni personaggio senza mai giudicare nessuno. Un film raro.
(Fabio Ferzetti, Il Messaggero)
L'opus n°4 di James Gray è un melò prosciugato, o meglio una storia altamente romantica girata con lo stile di un giallo. Sulla base del classico tema dell'appartenenza a un gruppo etnico e dell'impossibilità a svincolarsene, il regista newyorkese trasforma il proprio eccellente attore-feticcio Joaquin Phoenix in quarantenne ebreo del quartiere Brighton Beach. Un protagonista affetto da turbe psichiche bipolari e più volte sull'orlo del suicidio, che dovrebbe a breve impalmare, per compiacere il padre commerciante, la figlia del suo socio in affari (Vinessa Shaw). Succede però che il destino gli metta a portata di sguardo la nuova vicina di casa Michelle (Gwyneth Paltrow): una bionda umorale e dissennata che si dibatte nelle spire del masochistico amorazzo con un uomo sposato e non esita a coinvolgere Leonard in un gioco crudele di confidenze, abbandoni, promesse sensuali e improbabili progetti di fuga. Vagamente ispirato alle dostoevskiane «Notti bianche», il film ha l'inusitata capacità di cogliere i riscontri realistici delle strade, delle caffetterie, delle spiagge e dei caseggiati facendoli, nel contempo, slittare in un'atmosfera del tutto onirica e pressoché astratta, congeniale al tormentoso bisogno di tenerezza che riesce a insinuarsi tra le pieghe dell'indifferenza quotidiana e societaria. Phoenix è straordinario, ma anche la Paltrow trova il ruolo perfetto, forse non a caso improntato a una vena di egotismo petulante e distruttivo. (Valerio Caprara, Il Mattino)
Two Lovers ha il grandissimo pregio, e ci sembra assurdo che non sia stato rimarcato a dovere, di narrare l’educazione sentimentale di un uomo come si trattasse di un’epifania stessa dell’esistenza. E come i suoi protagonisti, anche la regia di Gray si fa ondivaga, pronta a farsi avviluppare dalle spire del genere (Leonard nascosto dietro la porta mentre Gwyneth Paltrow riceve la visita del suo amante Elias Koteas) quanto a piroettare lontano, come nello splendido e raggelato incipit sul molo.
Ma dopotutto, al di là dei distinguo, più o meno circostanziati, ai quali si può ricorrere nel tentativo di rintracciare l’intrinseca identità di Two Lovers, è impossibile non notare i punti di contatto che la legano a Dostoevskij e alla sua poetica; c’è un’ulteriore citazione, oltre a quella – a nostro modo di vedere già sufficientemente puntuale – che avete trovato in apertura di recensione, capace di adattarsi con inconsueta precisione al mood della pellicola firmata da James Gray; essa recita: “L’uomo è un animale che si abitua. Questa, credo, sia la sua migliore definizione”. Anche Leonard Kraditor, essere refrattario affetto da psicosi maniaco-depressiva, è un uomo destinato ad abituarsi: lotterà contro il suo stesso destino, cercherà in ogni modo di uscire dalla prassi dell’esistenza, ma la sua è una guerra dalla quale è letteralmente impossibile uscire vincitori. E se anche si potesse, che portata avrebbe la gioia per un simile successo? Quale sarebbe la sua durata? Forse sono questi gli interrogativi aggrovigliati negli occhi di Phoenix in quello sguardo finale, sperso nel vuoto, sconfitto ma eternamente vigile. Perché, tra le innumerevoli doti del film di Gray, c’è anche da aggiungerne una del tutto particolare: Two Lovers ci insegna, qualora non avessimo ancora avuto modo di incontrarla nel corso della nostra esistenza, la spietata crudeltà della dolcezza, l’annichilente ingiustizia dell’amore.
(Raffaele Meale, Cineclandestino.it)
Lo snodo problematico intorno al quale si articola questo dramma della volontà del padre (o meglio: del morire per il/del padre) è il tradimento. “Prima che mio padre morisse, io ero già orfano”. Nel cuore si nutre un risentimento sordo e impotente. Anche Leonard con i suoi genitori. Vive sempre nel cono d'ombra del padre. Leonard pero’ non sogna di uccidere il padre. Il figlio di Gray: rischia di suicidarsi lentamente (e lo sa bene), se prima non trova la forza di inginocchiarsi dinanzi alla gratuita’ dell’amore. Gray sembra avere il dono di vedere quasi in bianco e nero in qualche modo, ha il dono del movimento che va dall’occhio alle cose e non puo’ tornare dalle cose all’occhio: come due vie, due amori da percorrere inesorabilmente fino in fondo. L’occhio e’ bianco e le cose nere e poi il contrario, ma la visione in bianco e nero di Gray non lascia tutti noi soli al mondo, ormai consapevoli dell’illusione di trovare l’amore gratificante fino in fondo. Gray non ci lascia sorvolare, ma abitare il mondo: abitare il nostro sorvolo, abitare nel sogno e planare sulla realta’. Occhio divino che rende i corpi fondi del loro ambiente e l’ambiente figure tra i corpi stessi. Permeabile e penetrante, il cinema ospita un nuovo corpo che ha il pudore di un seno nudo mostrato fugacemente dalla finestra ai nostri occhi miseramente increduli.
(Leonardo Lardieri, SentieriSelvaggi.it)
scheda tecnica a cura di Andrea Fontana
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