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Il Regista
Nato a Santiago del Cile nel 1976, dopo il diploma delle superiori studia comunicazione audiovisiva all’UNIACC, Università di Arte Scienze e Comunicazione. È uno dei fondatori di Fabula, società di produzione cinematografica e pubblicitaria.
Filmografia
Fuga 2006
Tony Manero 2008
Recensioni
Pablo Larraín sceglie una via atipica per mostrare gli orrori della dittatura di Pinochet, puntando sullo smarrimento, la perdita di identità e il naturale cinismo che nasce negli uomini braccati dalla polizia segreta e costretti a vivere senza leggi o certezze. Alcune sequenze lasciano il segno, ma l'aspetto più inquietante di tutta la vicenda, pare suggerire il regista, è il sangue freddo, lo svuotamento di senso morale provato dal protagonista che passa dalla danza all'omicidio senza mostrare dubbi o rimorsi.
Se da un lato è palese la critica al regime di quegli anni, Tony Manero dimostra anche quanto la cultura pop americana abbia influenzato il mondo sudamericano (e non solo), anche in un periodo nel quale la dittatura pareva aver eretto un muro invalicabile tra il Cile e il resto del mondo. Alfredo Castro, vero mattatore, con il suo aspetto "pacineggiante" offre una prestazione notevolissima, tratteggiando un personaggio che assomiglia molto al Bateman di American Psycho, senza però averne in dote la naturale ironia. Bizzarro.
(Andrea Chirichelli, www.mymovies.it)
Tony Manero, l’ossessione di Raul
Bello quanto straziante, Tony Manero non è certo un film da sabato sera in allegria (riferimento non casuale, come vedremo). Ma non lo erano neanche Un uomo da marciapiede o Quel pomeriggio di un giorno da cani, arcitristi e tuttavia indimenticabili.Il film, tra l'altro, è anche lo specchio di quanta politica diretta o indiretta torni a percorrere il cinema di oggi, quello piùsensibile e “autoriale” ma non solo. È solo il riferimento di cui si fa portatore il titolo - Tony Manero è il personaggio di John Travolta in La febbre del sabato sera, datato 1977 - a dirci che siamo nel Cile di fine anni Settanta: la dittatura di Pinochet, vittoriosa da pochi anni, sparge ancora terrore a piene mani. Il film non ne parla, se non per minimi anche se rilevanti accenni ad attività clandestine, eppure ne fa sentire la cappa grigia pesante come un macigno: denunciandone l'orrore - della paura e del sospetto, della disperazione e della perdita di ogni dignità e identità - di fatto in maniera molto più efficace che se fosse una ricostruzione storico-militante. Invece la storia, desolante e sporca oltre ogni sopportazione, è quella di Raùl: un emarginato cinquantenne ossessionato dall'imitazione dell'eroe hollywoodiano. Sul miserabile palcoscenico improvvisato nello squallido bar-pensione di uno squallido quartiere periferico, Raùl con le sue mossette e il suo costume bianco uguale a quello del vero Tony, che va a rivedere a ripetizione nell'altrettanto misero e squallido cinema del “barrio”, prepara lo spettacolino che dovrà consegnarlo alla fama e, soprattutto, la partecipazione al concorso per sosia di personaggi famosi indetto da un mostruoso programma televisivo.
….Malattia mentale e cronaca nera si fanno portavoce di una società che ha messo in ginocchio ogni valore e si anestetizza davanti al trash televisivo, così utile a lavare i cervelli. Magari può dire qualcosa a tutti, anche oggi, anche a noi.
(Paolo D’Agostini, La Repubblica, 28 novembre 2008 )
Tony Manero racconta il Cile di Pinochet, lo fa però in modo obliquo, non ci sono i buoni e i cattivi, Larrain preferisce mettere a fuoco quella «banalità del male» che è l'humus della dittatura. Indifferenza, silenzio, mancanza di solidarietà, vendetta, egoismo, Pinochet - che il papa in Italia accolse con tutti gli onori - è anche il frutto di questo. Poco importa se il paese è povero, se si vive male, se l'esercito spara in testa senza mandato. Altre sono le cose importanti, comparire in tv o vincere il concorso per il migliore Tony Manero.Intorno a lui una piccola comunità, il suo “teatrino di vetro”. Le donne della casa lo vogliono, con una ha una storia. La figlia adolescente di lei, che partecipa alla lotta clandestina, un ragazzo anche lui contro Pinochet, la padrona di casa isterica... …. Non avevamo mai visto raccontato così il Cile degli anni di Pinochet. Lucidamente sagace nel suo microcosmo Tony Manero esaspera i mali del paese, emozionali, di rappresentazione collettiva. L'America, il cinema sono un punto di fuga di meravigliose fantasie da opporre a una realtà monocolore, senza prospettive, in cui tutto è controllato dal coprifuoco e dal silenzio dell'ignoranza. ….. Larrain scrive con sicurezza, non è mai dimostrativo e tantomeno “a tesi”. I suoi personaggi appartengono a quella Storia, forse sono anche il presente, i suoi buchi neri che si preferisce non riempire, resi cinema, invenzione, gioco di specchi.
(Cristina Piccino,Il Manifesto, 21 maggio 2008)
La febbre omicida
…. In fondo, Tony Manero potrebbe essere un film comico. Lo potrebbe essere se la sceneggiatura si limitasse a raccontare l'illusione, l'allucinazione di Raúl. Comico sarebbe il suo corpo impacciato e inadatto. Comico sarebbe il suo inglese declamato con venerazione. Comico sarebbe il suo sguardo che inutilmente cerca d'apparire sfrontato. E comici sarebbero Cony (Amparo Noguera), Pauli (Paola Lattus) e Goyo (Hector Morales), i "colleghi" che con lui sognano di organizzare un'improbabile serata sul palcoscenico marcio di un improbabile teatro. Ma comico non è, Tony Manero. Non lo è a causa della Storia che sta sullo sfondo, e non lo è per la microstoria che in quella Storia e di quella Storia vive. Ogni umanità è spenta, nel film di Larrain. Le strade di Santiago sono deserte, e non solo per il coprifuoco. I militari le attraversano per assicurare l'ordine, così come avviene nelle dittature. Squadre di poliziotti in borghese picchiano e uccidono chiunque sia sospettato d'opporsi. Quanto agli altri, se ne stanno rinserrati nelle loro case, grati a Pinochet, eroe e idolo delle loro paure. ….. Le immagini di Tony Manero sono spesso sfocate, e sempre dense di squallore e miseria, come se il cinema ancora soffrisse della crudeltà tragica di quella Storia colma di sangue e indifferenza.
(Roberto Escobar,Il Sole-24 Ore, 25 gennaio 2009)
scheda tecnica a cura di Alessandro Sbrana
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