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Scheda critica del film:

   Mar Nero

 

Il Regista

Federico Bondi è nato a Firenze nel 1975.Si è laureato in Lettere presso l’Università di Firenze. Dal 1996, è autore e regista di cortometraggi e documentari, oltre che di spot e videoclip.
Mar Nero è il suo primo lungometraggio.

Perché vederlo

Per scoprire l'Italia del nostro quotidiano, valorizzata attraverso lo sguardo di un giovane autore qui al suo esordio alla regia. (movieplayer.it)

Dalle Note di Regia di Federico Bondi

"Mar Nero" è legato a fatti della mia biografia: Gemma è mia nonna e Angela è stata la sua “badante”.
L’anima e i personaggi di questa storia li devo a loro. Ci sono i loro caratteri, le loro emozioni, le loro tensioni. Tutto il loro rapporto.
Quando andavo a trovarle, non c’era volta che non si raccontassero. Ognuna di se stessa e della propria vita; ciascuna dell’altra e viceversa.
Nell’arco di pochi mesi, la loro complicità abbracciava anche me, sempre più coinvolto (non avevo mai visto mia nonna così felice!).
Le mie frequentazioni divennero sempre più assidue. Quando tornavo a casa, prendevo note e appunti cercando di ricordare il più possibile, nel tentativo di riordinare una materia umana di straordinaria ricchezza. …..

Oggi mia nonna non c’è più e Angela lavora presso un’altra anziana.
Nel frattempo, dalla prima versione del soggetto all’ultima stesura della sceneggiatura, ho cercato di sviluppare un distacco senza il quale non avrei mai saputo affrontare un percorso che richiede ordine e controllo. Credo di esserci riuscito, anche grazie al prezioso apporto di Ugo Chiti, pur rimanendo saldo ad un’esigenza molto personale…….

Ho cercato di adottare una forma essenziale, limpida, asciutta, priva di artifici e compiacimenti stilistici, tutta tesa in direzione degli attori e dell’essenza drammatica della scena.
A tal fine, la tecnologia digitale, un medium poco invadente e versatile che permette un approccio naturale e immediato alla materia del racconto, si è rivelato lo strumento più adeguato, col quale, in assenza della pesante e rigida macchina del cinema tradizionale, ho potuto continuare a guardare con discrezione, “prendendo appunti” senza frenare il flusso delle emozioni…..

Come nella storia, così sul set un’anziana signora fiorentina e una giovane romena, appena giunta in Italia, si sono incontrate per la prima volta.
Ilaria Occhini è stata la nostra Gemma. Signora del teatro italiano con Visconti, Gassman e Ronconi, Ilaria mi ha convinto soprattutto perché è una “fiorentina doc” e non solo è tra le poche ex-bellissime degli anni ’60 naturalmente invecchiata ma ha anche accettato con lucidità ed entusiasmo di mettersi in gioco. Davanti alla camera dimostra una straordinaria naturalezza, non solo per il talento di grande attrice, ma anche grazie alla mancanza di freni inibitori, tipica della vecchiaia.
Angela è stata interpretata da Dorotheea Petre, giovane astro nascente della cinematografia rumena che è giunta per la prima volta in Italia, senza parlare la nostra lingua. Da qui un senso di spaesamento, accentuato dalla diversità linguistica, che le ha permesso di aderire perfettamente alla mia idea di “Angela”.

(Federico Bondi)

Alla sua opera prima il giovane regista toscano rivela già una notevole propensione alla sobrietà stilistica e, al contempo, si mostra assolutamente in grado di lavorare con gli attori ottenendo da essi il massimo. Ogni singolo gesto di quella grande attrice che è stata ed è Ilaria Occhini rivela la fiducia reciproca che è intercorsa tra regista e attrice. Qualcuno potrà trovare l’argomento un po’ d’occasione ma non è così. Lo si avverte soprattutto nell’attenzione che viene prestata all’evoluzione della dinamica del rapporto tra le due donne. Gemma rivede se stessa giovane in Angela, un po’ alla volta e superando i pregiudizi. La Romania odierna ricorda ancora troppo da vicino l’Italia del secondo dopoguerra per non indurre raffronti e la volitiva fiorentina finisce con l’apprezzare la quieta determinazione della romena che finisce con il considerare come una figlia. Il pudore dei sentimenti che si nasconde dietro un’iniziale ruvidità lascia progressivamente il passo a un’intimità che non si avvale mai della retorica dei buoni sentimenti. Un film d’esordio quindi come ce ne vorrebbero tanti nel panorama del cinema italiano.
(mymovies.it)

L’obiettivo resta sempre lì, una messe di temi riassumibili nell’onnicomprensiva “conoscenza del diverso”, ma nei momenti favorevoli questo non si impone e affiora per vie traverse, può suonare provocatorio (l’amore e la maternità sono le basi della ragazza rumena, una missione alla quale consacrarsi, che ci è estranea come qualunque missione) o accendere derive simboliche indefinite, vedi i sogni di Gemma – è noto che gli anziani sognano molto -, dal sapore quasi montaliano (i cocci di vetro in bocca), che prima segnano il punto sul dolore di vivere e dopo lo sciolgono. In definitiva un film pieno di fili contrastanti, intrecciati tra loro o estranei al contesto che, se non si risolve nell’annunciato colpo di fulmine, costituisce però avvio stimolante per la strada del suo autore, consegnandoci soprattutto un doppio vibrante ritratto femminile: Gemma (Ilaria Occhini, migliore attrice a Locarno 2008), la disabile che riacquista vigore col proseguo del film (in tal senso è il film); Angela (Dorotheea Petre), il negativo della sconosciuta tornatoriana a cui premeva nascondersi, dato che vuole farsi riconoscere, mescolarsi e per questo si schiude.
(Emanuele Di Nicola, gli Spietati)

Questo film leggiadro e profondo offre al suo pubblico sequenze rivelatorie come quella, fatta d’impercettibili sommovimenti psicologici, del pranzo a casa di Enrico dove Gemma insinua sommessamente un confronto tra i baci del figlio e della moglie che non hanno, per lei, lo stesso sapore (non fanno lo stesso rumore) di quelli donati da Angela…….
Mar Nero, dunque, si presenta come un’inaspettata gemma nell’ordinario panorama di storie quotidiane che, in Italia, stentano a raccontare, con il dovuto retrogusto poetico, il lato più nascosto delle attuali dinamiche dell’umano. E’ un film fiero di essere indipendente e felicemente anomalo, capace di rendere fiero il proprio pubblico, predisponendolo alla ormai felice anomalia della solidarietà con l’Altro.
(reVision, Francesca Puma)

scheda tecnica a cura di Paolo Filauro

 

 

 

 



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