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Il Regista
Autore controcorrente, spiazzante per la violenza estrema dei suoi film e sorprendente per l'originalità delle storie che racconta. Affronta la categoria della famiglia borghese smontandone tutte le apparenze, la sensualità e i pregiudizi, che vengono sviscerati in modo profondo. Una carriera cinematografica e intellettuale che stringe le inquadrature su temi scottanti, diventando un vero maestro della negazione, un autore che non lascia mai indifferenti. Studia filosofia, psicologia e teatro a Vienna, e lavora come sceneggiatore per la televisione tedesca e per la compagnia teatrale Südwestfunk. Il film Der siebente Kontinent (1989) segna l'esordio al cinema: il debutto ruota attorno alla cronaca del sistematico annientamento di una famiglia della borghesia austriaca, tema "caro" al regista, tanto da riprenderlo poi in film successivi. La solitudine esistenziale e la forza del caso sono i temi attorno ai quali si sviluppano le sue pellicole più spietate, che mostrano un quadro freddo e distaccato del malessere diffuso nell'Austria contemporanea attraverso la costruzione di personaggi che agiscono insensatamente, seguendo un disegno ordinato solo dalla fatalità.
Filmografia
Il settimo continente (Der siebente Kontinent) (1989)
Benny's Video (1992)
71 frammenti di una cronologia del caso (71 Fragmente einer Chronologie des Zufalls) (1994)
Der Kopf des Mohren (1995) (sceneggiatura; regia di Paulus Manker)
Das Schloss (1997)
Funny Games (1997)
Storie (Code Inconnu: Recit Incomplet De Divers Voyages) (2000)
La pianista (La pianiste/Die Klavierspielerin) (2001)
Il tempo dei lupi (Le temps du loup/Wolfzeit) (2003)
Niente da nascondere (Caché) (2005)
Funny Games (Funny Games U.S.) (2007)
Il nastro bianco (Das weiße Band) (2009)
Quegli ideali assoluti che portano al terrorismo – Intervista con Michael Haneke
Perché ha scelto di incentrare il suo film su questo villaggio tedesco alla vigilia della Prima guerra mondiale?
È un progetto al quale stavo lavorando da oltre dieci anni. Il mio obiettivo principale era di presentare un gruppo di bambini ai quali vengono inculcati degli ideali considerati assoluti, e il modo in cui li assimilano. Se si considera assoluto un principio o un ideale, che sia politico o religioso, questo perde umanità e porta al terrorismo. Avevo pensato, come titolo alternativo, a La mano destra di Dio, perché i bambini del film applicano alla lettera questi ideali e puniscono quelli che non li condividono completamente. Il film non tratta solo di fascismo – un’interpretazione fin troppo semplice visto che il racconto è ambientato in Germania – ma di un modello e del problema universale dell’ideale deviato.
Perché ha girato in bianco e nero?
Tutte le immagini che conosciamo della fine del XIX e dell’inizio del XX secolo sono in bianco e nero, perché i media esistevano (fotografia, giornali), mentre del XVIII secolo, ad esempio, abbiamo una percezione a colori veicolata dai quadri e dai film che abbiamo visto. Adoro il bianco e nero e ho colto al volo questa occasione. Mi ha permesso anche, così come l’utilizzo di un narratore, di dare un effetto di distanziamento. Quello che conta è trovare una rappresentazione adeguata del proprio soggetto.
La violenza e il senso di colpa sono di nuovo al centro del suo lavoro?
Tratto questi soggetti in tutti i miei film. Nella nostra società, la questione della violenza è inevitabile. Quanto al senso di colpa, sono cresciuto in un universo giudeo- cristiano dove questo tema è onnipresente. Non è necessario essere cattivi per diventare colpevoli: fa parte del nostro quotidiano.
Il nastro bianco conta un gran numero di personaggi. Come ha scelto e diretto tutti questi attori?
Per il cast, ho scelto volti che somigliassero alle foto dell’epoca. In sei mesi, abbiamo visto oltre 7000 bambini. E il compito era importante perché ovviamente non era l’aspetto fisico che doveva prevalere, bensì il talento. Per gli adulti, ho scelto attori con cui avevo già lavorato e altri di cui conoscevo il lavoro. Quanto alla direzione degli attori, mi limito a segnalare loro se c’è qualcosa che non mi suona bene. Se il cast è buono, il personaggio funziona.
La trama pone più domande che risposte.
Non c’è niente da spiegare. Il mio principio è sempre stato quello di porre domande, di presentare situazioni ben precise e di raccontare una storia affinché lo spettatore possa cercare da sé le risposte. Secondo me, l’inverso è controproducente, gli spettatori non sono mica colleghi del regista. Mi impegno molto per raggiungere questo risultato. Credo che l’arte debba porre domande e non proporre risposte, le quali sono sempre sospette, a volte persino pericolose.
Appunti critici
Com'è perversa la natura umana
Si sa che Haneke ha una visione del mondo e dell'umanità perversa e senza riscatto, e questo nuovo film appare ancora più disturbante di altri suoi: anche se non ci sono torture perpetrate da bei giovanotti eleganti su una famiglia innocente come in Funny games (pure nella versione americana sempre diretta da lui), né, come in La pianista, c'è una signora che si tagliuzza con una lametta le parti intime mentre la mamma grida "il pranzo è pronto!"...Il lucente bianco e nero senza ombre della pellicola comunica un sinistro senso di mistero che resta tale perché quando il giovane maestro tenta di decifrarlo, sarà il pastore stesso, virtuoso ma ipocrita, a impedirglielo. Haneke spiega fumosamente il senso del suo film, che è universale, riguardando tutta la natura umana e non solo quella tedesca. Ma lo spettatore, agghiacciato, immagina che in quel microcosmo in un quieto angolo della Germania, quegli adolescenti impenetrabili, cinici, sprezzanti, vent'anni dopo saranno adulti; e la loro abitudine a ubbidire in silenzio a un potere autoritario, a trasformare la violenza subita in ferocia sui più deboli e i diversi, la diffidenza, la brutalità, l'ignoranza, l'invidia, che allora li legavano e separavano, avranno uno sbocco politico entusiasta e tragico. Resta la curiosità di sapere dove il regista abbia trovato attori anche molto giovani, tutti bravissimi, di aspetto così antico, miserevole, rustico, corrotto, deformato: a meno che sia il loro talento e quello di Haneke, a trasformarli in dagherrotipi sbiaditi e dimenticati da un secolo in soffitta.
(Natalia Aspesi La Repubblica, 22 maggio 2009 )
I piccoli mostri educati alla morte
Attirato dalle dinamiche della perversione, Haneke (studioso di filosofia, psicologia e regista di teatro) realizza un film collettivo composto di quadri fissi, una sequenza di fatti ordinari disturbati da strani, perturbanti episodi in un crescendo di misteri e orrori inspiegabili.... ... Ma non siamo a Twin Peaks. Qui regna una calma mortifera, dominata dalle direttive del pastore che educa i suoi figli a una totale ubbidienza in nome dell'“innocenza”, simboleggiata da un nastro bianco che i bambini sono tenuti a portare al braccio; se sbagliano sono frustate, per il “vostro bene”. Disciplinati come soldatini, i ragazzini restano impassibili, uno viene legato al letto per evitare che si masturbi, la figlia maggiore è umiliata in classe, e anche il medico non è da meno, corrotto e incestuoso, probabile artefice della morte della moglie, amante sprezzante della governante, padre presunto del ragazzino down, scampato a un aborto malriuscito... Una collezione di misfatti sotto la cappa della disciplina e della purezza della comunità che si copre a vicenda. Haneke è implacabile nel suo diario d'epoca, commentato dalla voce fuori campo dell'istitutore del paese, il testimone incaricato di trasmettere la memoria storica della “covata maledetta”. Sì, perché siamo nel Villaggio dei dannati (Carpenter, 1995), nella specie “aliena” che alla vigilia della prima guerra mondiale si allena alla seconda. Un uccellino crocifisso dalle forbici che giace infilato sulla scrivania del pastore fa da simbolo della vendetta. È Il gioco dei bambini di James G. Ballard che aleggia, il seme della violenza non colpisce però solo gli adulti responsabili ma si rivolge ai più deboli, vittime delle vittime. Ecco come nasce un soldatino nazista, il torturatore torturato, il futuro soldato del terzo Reich. E non si può dimenticare Education for Death, il corto di animazione che Walt Disney realizzò nel 1943, quando gli Studios di Burbank erano a servizio di Roosevelt. Un incubo fiammeggiante a cartoni animati tratto dal libro di Gregor Ziemer, pedagogista americano di stanza a Berlino che scrisse un reportage sul sistema educativo nazista, ovvero come uno scolaro timido è trasformato in un feroce sterminatore. Haneke non ha la leggerezza e il fuoco creativo di Carpenter, di Ballard e di Disney, è un compilatore di danni mentali, un moralizzatore per mezzo di visioni apocalittiche. Il nastro bianco è un film che vale come documento e monito, lavoro meticoloso che osserva da lontano lo schiudersi dei mostri.
(Mariuccia Ciotta Il Manifesto,22 maggio 2009)
Il villaggio inquietante di Haneke: nei bambini i germi del nazismo
.. Haneke, che affida la narrazione ai ricordi del maestro elementare diventato vecchio, gioca abilmente con l'ambiguità e il non-detto per trasmettere allo spettatore lo stesso sentimento di insicurezza e di frammentazione. Identifica gli adulti con la loro funzione sociale (il barone, il medico, il pastore, l'insegnante, il contadino) e attribuisce i nomi propri esclusivamente ai bambini e alle donne, ricostruendo una struttura sociale retta rigidissimamente sul dominio di classe e sulla perpetuazione dei valori cristiano-borghesi. E usa il bianco e nero per aumentare il senso di ieraticità e di immutabilità che nemmeno il cambio delle stagioni sembra capace di scalfire. In questo modo offre allo spettatore il ritratto di una comunità apparentemente solidissima e che invece nasconde al suo interno gli elementi che possono farla implodere. E che gli occhi dei bambini si incaricano di svelare allo spettatore, a volte in maniera inconscia (il figlio del dottore che vede quello che solo un adulto può leggere come un tentativo di incesto sulla sorella maggiore), a volte in maniera più esplicita (il furto dello zuffolo al figlio del barone). Il messaggio è chiaro. Lo dice la voce del maestro all'inizio del film quando spiega che quei fatti possono chiarire “alcuni processi maturati nel nostro Paese” e l'allusione al nazismo che subito dopo la prima guerra mondiale prese piede in Germania è fin troppo chiara. Proprio come il significato del nastro bianco (che dà il titolo al film) e che il pastore lega al braccio di due suoi figli, in passato “simbolo di purezza” e invece adesso “segnale di peccato”. Le cose più pure e incontaminate, come i bambini, possono nascondere dentro di sé i germi del male, soprattutto se costretti a seguire regole di comportamento così rigide e assolute. Ma è proprio questo passaggio che lascia qualche dubbio, perché se è indubbio che i rigidi valori conservatori su cui era fondata la Germania, e non solo la Germania, all'inizio del secolo non potevano non innescare violenze e pulsioni distruttive, è un po' superficiale pensare che solo da lì sia nato il nazismo, “inventato” da una generazione che da bambina era stata educata con principi troppo coercitivi e punitivi. L'ambiguità che in altri film Haneke usava per mettere in crisi le certezze dello spettatore, qui si ribalta nel suo opposto: dietro la rigidità morale si nasconde il verminaio, dietro il rigore c'è il masochista (vedi il dottore) o il bigotto (il pastore). Possibile, ma non necessario. E riduttivo rispetto alla complessità del reale che pure Haneke racconta magistralmente, come quando allude ai tormenti della baronessa.
(Paolo MereghettiIl Corriere della Sera, 29 ottobre 2009) Grido contro il sadismo puritano
... Se certi personaggi e atmosfere evocano il cinema di Bergman, a confronto il regista svedese era un campione di ottimismo. Nella precisione geometrica dei gesti con cui descrive l'organizzazione gerarchica di una società, e le conseguenze che le sono inerenti, nella sobria perfezione della fotografia (direttamente ispirata alle immagini di August Sander, fotografo tedesco d'inizio del secolo scorso, e realizzata con pellicola a colori poi trattata in bianco e nero) il film è un grido silenzioso (non c'è neppure la musica) e tuttavia udibilissimo contro il sadismo dei puritani d'ogni tempo e luogo, una requisitoria scagliata in faccia all'autorità. Che sia quella degli adulti verso i bambini, dei ricchi nei confronti dei poveri, delle gerarchie religiose o dei poteri costituiti, è sempre questa la vera origine del male.
(Roberto Nepoti La Repubblica, 30 ottobre 2009
) Michael Haneke alle radici del nazismo
... Lavorando su una struttura corale e su un bianco e nero freddissimo, Haneke mette in scena un microcosmo che è la beffarda, consapevole parodia degli “Heimatfilm”, i film sulla Germania bucolica e pre-nazista che tanta fortuna hanno avuto nel cinema tedesco. Nel Nastro bianco osservate con attenzione i bambini e fate un rapido calcolo: avranno tutti fra i 20 e i 30 anni nel 1933, quando Hitler andrà al potere. Sono i carnefici e le vittime di domani. Ma non nascono dal nulla. Non è certo casuale che gli adulti con un maggior peso narrativo, nella trama, siano un prete, un medico e un maestro di scuola: sono le figure fondanti della vita di un villaggio, coloro ai quali si rivolgono gli umili per risolvere i problemi del corpo e dell'anima – mentre il nobile proprietario che tutti stipendia rimane lontano, nel suo palazzo. Il nastro bianco denuncia la crudeltà dei piccoli, ma la mette in prospettiva: le colpe sono dei padri, di un sistema educativo ottuso e repressivo. Haneke rilegge le origini del nazismo con spirito darwiniano: è l'evoluzione di una specie, l'homo germanicus, per come si è compiuta in un certo paese e in una certa epoca – il primo scorcio del Novecento. Il nastro bianco racconta l'inizio del secolo breve di Hobsbawm, il secolo delle stragi che inizia a Sarajevo e finisce a Berlino con la caduta di un Muro, figlio diretto degli stessi padri di cui sopra. Il film è un teorema lucido, deterministico, con l'unico difetto di essere gelido – e di arrivare al tema dell'infanzia feroce in modo fin troppo criptico. Ma, per essere un film di Haneke, c'è persino una storia d'amore che muove a tenerezza: e i due attori che la interpretano, il maestro Christian Friedel che racconta la storia in voce off a distanza di anni, e la servetta Leonie Benesch, sono bravissimi, quasi umani.
(Alberto Crespi L'Unità, 30 ottobre 2009 )
scheda tecnica a cura Alessandro Sbrana
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