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Scheda critica del film:

   Stella

La regista

Silvie Verheyde è nata a metà degli anni ’60 in un paese del Nord della Francia; trasferitasi a Parigi, ha trascorso la sua infanziain un quartiere povero, dove i suoi genitori gestivano un bar. Ha cominciato a frequentare il liceo Rodin durante il ginnasio; all’Università ha seguito studi di geografia. Ha esordito nel cinema nel 1991 con “Entre les chiens et loups”, un cortometraggio che ha ottenuto un premio al Festival di Clemont-Ferrand del 1993. Ad esso è seguito “La maison verte” (1992). Il suo primo lungometraggio, “Un frère” (1997), presentato al Festival di Cannes ed al Sundance Film Festival, oltre a far conoscere la regista, ha anche rivelato la giovane attriceEmma de Caunes, vincitrice anche del premio César come migliore promessa femminile. “Stella” è il suo terzo lungometraggio, che ha rivelato la regista, che cura anche le sceneggiature, soprattutto in Italia, sia per la partecipazione al Festival di Venezia, che per la diffusione del film nei circuiti normali ed in alcune rassegne, compreso il Giffoni ; nel 2009 le è stato assegnato il Sigillo della pacea Firenze.

Filmografia essenziale
1997 : Un frère
2000 : Princesses
2001 : Combats de femme – Un amour de femme (per TV)
2004 : Scorpion (sceneggiatura, poi ceduta)
2006 : Sang froid (per ARTE)
2008 : Stella

Ricordo di Guillaume Depardieu

L’attore, che ha partecipato al film “Stella”, figlio di Gérard Depardieu, era nato nel 1971; nel 1995 aveva avuto un incidente motociclistico, seguito da un grave intervento; è stato vincitore nel 1996 di un premio César come migliore promessa maschile per “Les apprendis”; nell’Ottobre 2008, dopo un’attività notevole nel cinema,dove ha lavorato con numerosi registi, è decedutoa Garches per le complicazioni di una polmonite contratta in Romania durante la lavorazione di “L’enfance d’Icare”.

La critica

Il film è stato molto apprezzato dalla critica, esaltato da IsabelleHuppert, che si è interessata al lavoro svolto dalla regista sulle due ragazze che hanno interpretato i ruoli di Stella e di Gladys; infatti, mentre Lèora Barbara era iscritta ad un corso di recitazione, Melissa Rodrigues era alla sua prima esperienza ed aveva un accento della “banlieue”. Grande interesse ha anche la musicacon le canzoni degli anni ’70. che aiutano alla ricostruzione dell’atmosfera del periodo illustrato nel film. In Italia vi era stato il tentativo di vietare il film agli inferiori di 14 anni, poi rientrato per l’interessamento di Nanni Moretti.

Racconto di formazione attraverso la scuola
La regista ha spiegato che il progetto del film esisteva da diversi anni, avendo alcuni ricordi personali simili alla storia raccontata; ha deciso di realizzarlo solo quando suo figlioha iniziato le scuole superiori . “Ho mescolato la prospettiva di una ragazzina e, ovviamente, la mia interpretazione degli eventi da persona adulta. Ma il mio obiettivo era quello di trovare un giusto equilibrio tra le due cose, narrando la storia quanto più possibile attraverso lo sguardo di una bambina.”
(da Cineuropa News, 1/9/2008)

“Stella” accompagna una piccola parigina, nel delicato momento dell’abbandono dell’infanzia, che ha come inadeguato “nido” un café ouvrier di periferia e che viene catapultata dal caso in una scuola media di quartiere borghese, nella scoperta di altre vite possibili. C’è dell’altro dunque per gli Antoine Doinel di sempre oltre la fuga verso il mare, ed è la Scuola, questa volta a fornire l’occasione nonostante tutto, senza schivate (in “L’esquive” di Kechiche il ragazzo protagonista non riesce ad afferrare la sua chance) e senza lontananze (nel più recente “Entre le murs” di Cantet per molti degli allievi della “Classe”è ormai troppo tardi). Stella - che poi incarna la stessa regista che negli anni ’70 aveva in qualche modo vissuto una simile esperienza (e proprio questa retrodatazione a rendere forte e verosimile il richiamo dei libri e della cultura?) - contro ogni previsione di un destino di emarginazione e di sconfitta, ce la fa’: se le prime immagini del film mostrano una donna-bambina prigioniera di una maschera femminile (pesantemente truccata e coperta di lustrini balla davanti alla macchina da presa con movenze seduttive) che nasconde non-identità e vuota solitudine diventando spettacolo iperbolicoa uso di desideranti voyeur, nella sequenza conclusiva lo sguardo vicino della regista si sofferma sul “doppio” dei corpi bagnati dai giochi d’acqua delle due adolescenti…Il film di Silvie Verheyde accompagna il percorso di crescita della protagonista affidando alla brava Léora Barbara (con i suoi occhi tristi e la sua esile e disarticolata silhouette) il compito attoriale di affrontare lotte e separazioni, di superare paure ed oppressioni, di operare scelte difficili, di emergere da indistinte adesioni. La macchina da presa alla sua altezza (e nelle sequenze ambientate nel caffè quasi sempre a mano) la segue nello spazio, assumendone il punto di vista, accompagnando i suoi disvelamenti, le sue prese di coscienza in una progressioneche inevitabilmente sposta l’attenzione dal vicino al lontano, dal noto all’ignoto, dal rassicurante allo sgradevole”… Nella nuova scuola la contrapposizione si rende evidente negli arretramenti della protagonista che si fa “piccola piccola” in un isolamento distaccato per non essere vista, oppure negli improvvisi e violenti scarti che manifestano la sua rabbia dolorosa e la costringono a scoprire sgradevoli verità. A prevalere sono però i momenti di superamento, di passaggio, di allargamento: l’incontro con la compagna di origine ebraica-argentina che la accoglie e l’accetta, la letteratura e la musica che la conducono in un mondo dove le sue ferite trovano rappresentazione, l’insegnante di Storia… che parla della vita della gente. E così Stella , che decide di cogliere l’occasione, può allungare la mano nel buio e trovare dall’altra parte una mano amica,,,”
(D.Zanolin, Segnocinema, 156,31,2009)

Piccolo, grande film, tipicamente francese
“Stella” è la quintessenza della francesità cinematografica. Questione di stile, di sfondi, di facce, certo, ma anche di intelligenza, sveltezza ed ironia verbale, un po’ Chabrol, un po’ Truffaut, un po’ di Queneau (Zazie). Lo sfondo una Parigi bella e normale, in cui la ragazzina, che dàil titolo al film cresce, cambia, si innamora, scoprendo la letteratura ed i ricchi e osservando da lontano i drammi di cuore e carnali dei genitori sopra le righe, proprietari di un bar. L’andamento è quello del più classico “coming of age” e nel film c’è molto della biografia della regista…L’itinerario però ha una complessità maggiorerispetto al film “di genere”, se non altro per la ricchezza e la bellezza del testo scritto/detto con cui Stella commenta la vita sua e degli altri, il mondo e la sua scoperta, che passa, tra l’altro,per l’incontro, decisivo,con la letteratura, mediato dall’amica del cuore, ricca ebrea ed argentina, Gladys, l’unica che, nel liceo in cui Stella ha la fortuna di finire (in una “classe” molto diversa da quella di Cantet), non le fa pesare la sua provenienza proletaria. L’amicizia somiglia ad un amore geloso e come nella migliore tradizione collegiale, l’una fa da cavia alle curiosità sessuali dell’altra. Il pezzo forte del film -anche dal punto di vista sociale e cromatico – è per il vivace e materico gruppetto di sfaccendati e mascalzoni che frequentano il bar, una specie di famiglia allargata, di cui Stella è la mascotte…La Verheyde non forza mai il confronto tra un mondo e l’altro, né circonda l’origine di vergogna dopo il primo contatto con i ricchi e i poveri, Stella parla di sé e di quello che le accade e possiede quell’ingenuità democratica tipica dei più piccoli. Ama tutti e tutto, anche se la gestione dei sentimenti non è il suo forte; i libri l’aiuteranno, perché a quell’età si ha bisogno di qualche simbolo….. Il film è insomma un bell’impasto di cose diverse e possiede, non da ultimo, una qualità storica e sociologica non banale, ricostruendo un passatorecente con tutti i suoi miti e modi di essere e di fare. Il “venire al mondo” della protagonista è descritto con grazia e punteggiato da ironia. La voce fuori campo entra nella testa dell’adolescente e ne tira fuori pensieri senza censure, confronti, impressioni ingenue e lampi di saggezza. Nessun colpo di scena, nessun cedimento melò….Il film, alla fine, somiglia un po’ ad un ritratto dal vero di un momento molto comune e per certi versi banale: la vita di Stella è quella di tanti altri e il film somiglia a tanti altri. Ed è questa qualità “generalista” un risultato, non una promessa. E allora Stella vale(anche)comesaggio compiuto ed eternamente valido di uno stato di cose e di un momento di vita comuni e condivisi, senza voler mai essere un compendio di istruzioni per l’uso della vita a dodici anni…Stella è insomma un film sul tempo che passa e sul modo in cui questo passare cambia le cose. Sul modo in cui si continua a crescere, anche a quaranta e a cinquant’anni; sul problema dell’identità e della ricerca delle parole per raccontarsi, che sono sempre insufficienti o sbagliate, sulla difficoltà di essere felici, da piccoli e da grandi, proprietari di un bar o ricchi ebrei. Stella è una piccola e tenera lezione sui contrasti e le contraddizioni, sulle gioie e i dolori della vita, dai dodici anni in su.”
(L.M., Cineforum, Novembre 2008)

scheda tecnica a cura di Carla Carli

 



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