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PADRE ANGELO ARPA E LA CULTURA IN GENOVA
(E NON SOLO IN GENOVA)
Prima di addentrarci nello specifico esame del film “La strada” riteniamo doveroso dedicare il nostro ricordo a P. Arpa, grati per avere fondato e caratterizzato il Cineforum Genovese nell’ormai lontano 1953, iniziativa che noi tentiamo ogni anno di rinnovare e tenere in vita, e magari in maniera di ricordarne tono e livello, pur consapevoli naturalmente della differenza di valori culturali tra noi e il Padre.
Giovedì 22 ottobre 2009 si è svolto nel Salone di Rappresentanza di palazzo Tursi in Genova un appuntamento in ricordo della figura del “noto educatore gesuita”. Non pensiamo certo di stenderne qui un fedele resoconto: lo spazio non ce lo consentirebbe, ci limitiamo a riportarne pochi passaggi delle voci espresse dai prestigiosi relatori valendoci di una pagina de “Il Cittadino” (settimanale cattolico di Genova) del 25 ottobre:
….. Con l’intervento di Simone Casavecchia, docente di storia del cinema in Italia e in Messico è stato presentato l’apporto specificamente culturale dell’opera di p. Arpa , soprattutto attraverso le iniziative del “Columbianum”, da lui fondato.………
….. Sono le relazioni presentate e lette nei congressi di Genova negli anni sessanta “allo scopo di aprire alla circolazione in Italia e in Europa valori culturali e artistici ignoti o mal conosciuti”: dalla rassegna del cinema latino-americano (S.Margherita Ligure e Sestri Levante 1961-63) alla mostra dell’Arte Messicana a Roma (1963) fino al congresso tenuto a Genova nel 1965 proprio con quel titolo. Questi congressi sono serviti, più che a noi europei, ai Latinoamericani, in quanto li hanno messi in presenza di una dimensione e di un messaggio di risonanza latinoamericana a carattere mondiale”.……….
….. La lunga e solidale amicizia e collaborazione di Simone Casavecchia con p. Arpa ci ha permesso di entrare anche nel vivo delle iniziative rivolte al “dialogo” con le culture del cosiddetto Terzo Mondo. ……….
….. ha continuato (p. Arpa) a sostenere la sua missione dando origine a Roma alla “fondazione interregionale Europea e Comunità Mondiale” per la diffusione della cultura europea e la promozione delle aree regionali. Partendo da una vasta retrospettiva storica dell’anima Europea dalle origini fino ai giorni nostri il fondatore ha posto statutariamente le linee strutturali delle attività della fondazione che oggi vivono e operano (e sono reperibili via internet www.fondazioneeuropea.org).……….
L’articolo non è firmato e noi preferiamo evitare tentativi di risalire all’estensore per rispetto a lui stesso e al settimanale, ma anche per evitarci eventuali brutte figure nel caso di errore.
Padre Arpa e “La strada” (Anteprima mondiale del film all’Istituto Arecco” in Genova nel lontano 1954). - Siamo andati a raccogliere la testimonianza del Gesuita Padre Guerello, che ci ha accolto con squisita cordialità e ci ha raccontato di quella anteprima (lui, giovanissimo in quella occasione, fungeva da tecnico della registrazione in quella serata) oltre a fornirci una preziosa testimonianza sulla figura di p. Arpa.
Di tale testimonianza ci piace riportare il senso (le parole non sono certamente esatte) di una frase pronunciata da Giulietta Masina: “Mi ha stimolato e colmato di gioia la possibilità di dare speranza a tante donne che paiono buttate via”. (Siamo nel 1954).
Leggere il film - Zampanò, primitivo e brutale, campa “incantando” i suoi ingenui spettatori nelle piazze di paese di una civiltà contadina semplice e ben poco smaliziata, magari pronta a spacciare per fresche uova che tali non sono più, ma attratta dai pochi momenti socializzanti programmati da tempo. Una volta all’anno in occasione di fiere e simili sagre o settimanalmente la domenica per condurre le donne alla messa, fermarsi all’osteria a bere un bicchiere di vino (il bar non esiste ancora) e magari giocare alla “morra”, e sempre con il “vestito buono”. E’ una civiltà che i più giovani non hanno visto e della quale anche noi serbiamo un confuso ricordo infantile: era la nostra Italietta. Le città certamente esistevano già, ma quel mondo si fermava alle periferie.
Ma Zampanò, concreto e “pratico” si scontra traumaticamente con Gelsomina, il Matto e con l’immensità del mare e finisce (nell’ultima scena) per piangere.
Zampanò è interpretato da Anthony Quinn, attore di origine messicana (Chihuahua). Nel cinema rimane a lungo relegato in ruoli non di primo piano (ne “La storia del generale Custer” -1941- interpreta Crazy Horse). Per “Viva Zapata” -1952- vince l’Oscar quale attore non protagonista (ne vincerà un altro per “Brama di vivere” -1956-). Il primo film che lo vede finalmente protagonista è proprio “La strada”. La sua carriera proseguirà con risultati che lo imporranno comunque alla stima della Critica internazionale.
Gelsomina è la vittima della brutalità, ma è anche l’elemento motore di tutta la vicenda. Prima venduta quale oggetto inutile, anzi quasi fastidioso, poi semplice oggetto per Zampanò e infine in qualche modo brevemente legata al “Matto” (assolutamente niente di fisico, sia chiaro). Ha lo sguardo quasi assente di Buster Keaton e la maschera e l’incedere clownesco di Charles Chaplin.
“Sei stregata dall’amor” dicono le parole della canzone di Nino Rota, ed in effetti l’amore, pur nella inconsapevole dimensione in cui la fanciulla lo vive, è condizionante della sua intera esistenza: amore verso i parenti, che la vendono, verso Zampanò, che la “usa” in tutti i sensi, verso il “Matto”, che le regala l’unico momento gentile della sua vita tormentata. E Gelsomina a tutto va incontro con il sorriso appena accennato di chi mai ha coltivato sentimenti di risentimento (pur comprensibili). Gelsomina è la gentilezza d’animo, la bontà, la poesia. Come dimenticare il suo modo di muoversi dopo la sua “prima notte” sul motocarro.
Gelsomina è interpretata da Giulietta Masina, attrice che esordisce alla radio (1942) nel programma “Cico e Pallina”, curato da Fellini. Passa al cinema anch’essa in parti di fianco come “Luci del varietà” -1950- “Europa ‘51” -1951- e “Lo sceicco bianco” -1952. Con “La strada” si impone in una memorabile interpretazione da protagonista
Il Matto è il funambolo (perennemente sospeso), la coscienza, la vittima, quasi l’agnello sacrificale di religiosa memoria della nostra cultura cattolica. E’ dalla sua morte che partono sia la ribellione di Gelsomina, che sarà abbandonata edil film non accompagnerà nel resto della sua vicenda, sia quella sorta di ravvedimento finale di Zampanò, sequenza magari non lunga, ma perfettamente resa dal punto di vista del racconto cinematografico.
Richard Basehart, nato in Ohio (USA), il Matto, si afferma in teatro prima che nel cinema, per il quale interpreta preferibilmente personaggi dai complessi risvolti psicologici: “La quattordicesima ora” -1951. Con Fellini appare ancora ne “Il bidone” -1955. Seguiranno altre interpretazioni tra cui ricordiamo “Moby Dick” -1956- “Karamazov” -1958- e “Oltre il giardino” -1979. Aggiungiamo, per gli amanti del pettegolezzo che l’attoe è stato sposato con la nostra Valentina Cortese.
Federico Fellini - Sarebbe bello dire di Fellini qualcosa che già non sia stato detto, ma alziamo impotenti le mani in segno di rinuncia. Limitiamoci all’elenco dei suoi film:
1951 - “Luci del varietà” (co-regia con Lattuada) - Il varietà (o l’avanspettacolo?) viaggiava sui treni in terza per raggiungere scalcinati teatrini di periferia. Ma che mito quelle ballerine spogliate ai limiti del permesso della censura, ma che mito quelle gambe femminili fasciate in vistose calze(magari qualche volta smagliate) per una platea ingenua, ma sempre vociante. Era la nostra Italia..
1952 - “Lo sceicco bianco” - Ancora un mito: questa volta quello dei fotoromanzi (Grand-Hotel o Bolero Film)
1953 - “I vitelloni” - La “dolce vita” di un gruppo di borghesucci di provincia, affamati di scherzucci “cattivi” e di galanti avventure sempre sognate, spesso raccontate e mai vissute. E il lavoro? C’è tempo!
1953 - “Amore in città” - Film a episodi: “Agenzia matrimoniale” è l’episodio di cronaca bianca firmato da Fellini.
1954 - “La strada” - Fellini abbandona le sue ironiche cattiverie per la sua tragica poesia.
1955 - “Il bidone” - Di espedienti a danno di altri si può vivere, ma anche morire.
1957 - “Le notti di Cabiria” - Anche le prostitute hanno sentimenti e vivono di sogni, pur se il mondo borghese non se ne è mai preoccupato. Per molti uomini la loro funzione è solo una e fa tristezza pensare che anche molte donne (quelle “perbene” accettano di buon grado tale mentalità.
1959 - “La dolce vita” - Tanto si è detto all’uscita del film, tanto si è scritto e ben poco si è capito. L’inizio del film con lastatua del Cristo trasportata da un elicottero avrebbe dovuto suggerire qualcosa, ma tutti eravamo distratti dall’attesa dello scandalo, e magari tale attesa aveva anche un che di pruriginoso. Così uscivamo riempiendoci la bocca della “sferzata alla società” e abbiamo impiegato anni a capire qualcosa del film. Consoliamoci: c’è chi non l’ha capito nemmeno oggi.
1963 - “Otto e mezzo” - Altro film “difficile”. Ma permetteteci una personale osservazione: Se ci domandassero i titoli dei cinque film più significativi della storia del cinema, noi inseriremmo certamente anche il presente. Fellini mette sullo schermo ricordi, sensazioni, osservazioni personali per denunciare la crisi di ispirazione dell’intellettuale, e con splendido anticipo.
1965 - “Giulietta degli spiriti” - Ancora ricordi, sensazioni e visioni oniriche, ma questa volta sommersi ne subcosciente di un universo femminile e riportati su schermo a colori.
1969 - “Fellini Satyricon” - Parallelo tra l’impero romano in fase decadente ed il mondo odierno osservato da una angolazione tutta felliniana. Un tantino ricercato ed intellettuale cui il pubblico gli decretò un successo almeno di stima.
1970 - “I clowns” (per la televisione) - 93 minuti per un tuffo nei ricordi (e nelle paure) giovanili del regista e nei suoi miti, espressi in età avanzata per il mitico mondo del circo.
1972 - “Roma” - “i miei film sono tutti autobiografici, anche quando parlo di una città”. Le parole (ovviamente di Fellini) accompagnarono l’uscita di “Roma”. Certo non tra le migliori opere del regista, ma le sequenze sull’avanspettacolo, quelle sulle case di tolleranza e la sfilata di moda degli abiti ecclesiastici sono cammei da antologia.
1973 - “Amarcord” - La Rimini anni ’30 ricostruita in un insieme di rivisitazioni-sogno per un film che forse rimane il più amato dal pubblico in tutta la filmografia felliniana.
1976 - “Il Casanova di Federino Fellini” - Il Casanova di Fellini è solo un cialtrone eternamente impegnato in performances sessuali. La donna non è certo trattata bene, ma ancora peggio è trattato il seduttore in questo ripercorrere liberamente (e quanto!) le sue memorie.
1978 - “Prova d’orchestra” (per la televisione) - 70’ di racconto meno autobiografico di tanti film. Interessante e (forse) emblematico del periodo storico di parte dell’Europa primi anni ’70. 
1980 - “La città delle donne” - 145 minuti di viaggio onirico di Snaporaz=Mastroianni=Fellini nel pianeta donna.
1983 - “E la nave va” - Viaggio verso l’Egeo di una nave che trasporta le ceneri di una grande cantante. Da Napoli salpano le ceneri di una morta, ma anche un insieme di viventi-fantasmi.
1986 - “Ginger e Fred” - La Masina e Mastroianni impersonano due ballerini di tip-tap, Ginger e Fred appunto, attempati e un po’ patetici, la cui performance si chiude con un pietoso applauso. Ma il film se la prende anche con gli spot pubblicitari che interrompono i programmi televisivi.
1987 - “L’intervista” - Film a suo modo sentimentale dove Fellini si rivede giovane.
1990 - “La voce della luna” - Due strani personaggi “catturano” la luna.
Il 1954 al cinema
In Italia, oltre a “La strada” si registra una sorta di tentativo di ritorno al neorealismo con “Viaggio in Italia” di Rossellini, ma più significativi rispetto ai tempi sono “L’oro di Napoli” di De Sica e addirittura in forte anticipo su questi “Senso” di Visconti.
Da Hollywood arrivano i drammi sociali “Fronte del porto” (Elia Kazan), “Sfida a Silver City”, caratterizzato da una attiva presenza femminile (Herbert J. Biberman) e il dramma carceraio “Rivolta al braccio 11” (Don Siegel). Hollywood parla, e non bene,di sé con “E’ nata una stella” (George Cukor) e “La contessa scalza” (Joseph L. Mankiewicz), mentre “L’ammutinamento del Caine” (Edward Dmytrik) risulta voce antimilitarista.
Ma non può certo mancare il western: “Jhonny Guitar” (Nicholas Ray) e “La magnifica preda” (Otto Preminger), mentre musical (immancabile anche questo) è “Sette spose per sette fratelli” (Stanley Donen).
Da antologia è “La finestra sul cortile” (Alfred Hitchcock) e non manca l’horror: “Il mostro della laguna nera” (Jack Arnold).
Dalla Svezia arriva “Una lezione d’amore” (Ingmar Bergman), mentre messicano è “Robinson Crusue” (Luis Buñuel) e giapponese “I sette samurai” (Akira Kurosawa)
E prima?
Bello sarebbe parlare almeno del cinema italiano dell’inizio degli anni ’50, non ne abbiamo certo lo spazio, ma almeno il richiamo di alcuni titoli, magari di diversissimo genere, ma in qualche modo tutti figli del Neorealismo (almeno nell’ambientazione) non ci sentiamo di ometterlo:
1950 - Cronaca di un amore (Antonioni).
1951 - Bellissima (Visconti), Europa ’51 (Rossellini), Guardie e ladri (con Totò e Aldo Fabrizi di Steno e Monicelli), Luci del varietà (Fellini), Miracolo a Milano e Umberto D (De Sica)
1952 - Don Camillo (Duvivier) e Lo sceicco bianco (Fellini)
1953 - Amore in città (Risi, Antonioni, Fellini, Lattuada, Maselli, Lizzzani) e Pane, amore e fantasia (Comencini), I vitelloni (Fellini)
scheda tecnica a cura di Franco Scotto
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