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Il Regista
Haile Gerima (Gondar, 4 marzo1946) è un regista etiope.
Nel 1968 è emigrato negli USA e, dopo una lunga formazione, è diventato membro della Los Angeles School of black film makers della UCLA, l'università più importante della California. È stato professore alla Howard University di Washington fino al 1975. Il suo film più noto è sicuramente Sankofa (1993), un film riguardo lo schiavismo.
Tra i suoi film più recenti c'è Adwa (1999), sulla famosa battaglia di Adua contro l'esercito coloniale italiano e Teza, in concorso alla mostra del cinema di Venezia 2008 e vincitore del Leone d'argento - Gran premio della giuria.
Filmografia essenziale
Hour Glass (1971)
Child of Resistance (1972)
Bush Mama (1979)
Ashes and Embers (1982)
Sankofa (1993)
Adua (1999)
Teza (2008)
Rassegna Stampa
Sorpresa premiata alla Mostra di Venezia il magnifico epico film di Haile Gerima ci istruisce con passione sulla storia dell' Etiopia, riassumendo quasi omericamente i fatti in un unico personaggio, Anberber che torna nella patria lasciata ai tempi di Salassié. È andato in Germania a studiare e a subire la violenza nazista. E gli avvenimenti rimbalzano su quelli europei non così dissimili: la violenza è il massimo comun divisore. Il Paese raccontato con stile da kolossal con anima e ragione, è più volte distrutto dalle ideologie del corpo e dello spirito, da Cristo e Marx, ma il regista continua a sperare nel futuro dell' utopia di cui il film è un costruttivo primo passo girato con 15 anni di sofferenze morali e materiali. È un' altra tragedia della migrazione spiegata col cinema semplice, quello che spiega nei silenzi e nei panorami una desolazione non solo politica.
(Maurizio Porro, Il Corriere della Sera, 27 marzo 2009)
Etiopia amara: dall'occupazione dei nostri soldati alla rivoluzione fallita, alla caduta dei sogni ribelli. Se fossi stato giurato a Venezia (si fa per dire), avrei pianto di fronte all'ultimo balzo del vecchio Rourke, indomito lottatore in The Wrestler, ma avrei votato Teza, come Leone d'oro. Questa avventurosa storia dell'Etiopia, ricostruita seguendo lo sguardo di un ragazzo di villaggio diventato un pugnace dottore, mi pare più nuova e sconvolgente. Gerima narra con stile lento, ma sa fondere l'asprezza della biografia personale con una riflessione dolente sulla sua nazione. Se l'occupazione dei nostri soldati («italiani brutta gente») è solo un flash remoto, la delusione per la rivoluzione fallita dopo la morte del Negus è ancora una ferita aperta. I sogni ribelli coltivati nella vitale Berlino anni Sessanta muoiono nell'alba triste di una nuova dittatura. Il fantasma della libertà resta inafferrabile.
(Claudio Carabba, Il corriere della sera Magazine)
«Teza» («Rugiada») .. è un poema intriso di simbolismi, etnologia e storia che allegorizza l'autobiografia di un intellettuale africano sospeso tra nostalgia della tradizione e pathos della modernità. Le cadenze sono rapsodiche, gli sbalzi temporali numerosi e i contrappunti visionari ambiziosi: sta di fatto che l'excursus nella storia patria comunica un'intensità autentica, affronta con coraggio intricati nodi politici e afferma concetti d'identità e liberazione distanti dai cliché terzomondisti…..
Ogni qual volta che il film si rivela troppo premeditato o deborda in lirismi un po' oscuri o farraginosi, Gerima escogita un'immagine pittorica, un riscontro lirico, un fremito intimistico che aiutano a non perdersi nelle dissolvenze di un mondo.
(Valerio Caprara, Il Mattino)
L'utopia rivoluzionaria e la desolante disillusione, La disperazione dell'esule che non riconosce la patria e si ritrova sperduto, alla deriva, travolto dalla storia che non ha saputo cambiare: Teza di Hailé Gerima, doppio premio alla Mostra del cinema, è un film saga, amaro e lirico, violento e sentimentale, ambientato in un'Etiopia disidratata dalla povertà, all'ombra del Monte Mussolini, ricordo della colonizzazione italiana. Il protagonista Anberber, in un fitto intreccio di flashback, ci racconta il suo calvario, lo stesso di un'intera generazione di intellettuali etiopi formatisi all'estero. Dopo gli studi di medicina in Germania, Anberber rientra in Etiopia nel 1974 per vivere la rivoluzione marxista di Mengistu Hailé Mariam dopo la deposizione di Hailé Selassié, ma scopre ben presto che il regime è degenerato in fascismo autoritario. Costretto all'autocritica viene spedito per rieducarsi in Germania Est dove, alla caduta del Muro, è mutilato in un assalto di naziskin. Tornato al villaggio, si aggira come un fantasma tra le violenze delta guerra civile.
Un film che non ha solo il pregio dello stile netto, brutale, ma anche quello, raro, di raccontarci una storia ignota, aprendo una finestra sull'altro mondo. Con un'attenzione speciale al destino feroce dei bambini soldato e delle donne, riassunti senza sconti nella sconvolgente sequenza dell'infanticidio.
(Piera Detassis, Panorama)
Trent'anni di storia e memorie compressi in un film fluviale e impetuoso. Fosse nato in un paese ricco Hailé Gerima avrebbe diviso il racconto in 13 puntate come Edgar Reitz con Heimat. Ma è nato in Etiopia e le sue storie sono di quelle che pochi vogliono ascoltare, in patria e fuori. Ed ecco che il ritorno a casa di un ex-giovane, partito a studiare Medicina in Germania, condensa passato e futuro di un'intera nazione. Dall'eredità coloniale (perfino il monte Mussolini, «parco giochi della mia infanzia», evoca ricordi struggenti) all'infame era Menghistu, la vita di Anberber riassume sogni e sconfitte di una generazione di intellettuali. Emigrati sperando di mettere il sapere al servizio del loro paese, ma piegati dal colonnello Menghistu e dai suoi sgherri che in nome della "Rivoluzione" derubano, terrorizzano, trucidano chiunque rifiuti il loro populismo pseudomaoista (e magari indossi «jeans attillati imperialisti»). Memorabili per ferocia le scene che oppongono Anberber e un altro medico alle squadracce di regime. Ma sono molto ben disegnati, malgrado qualche ridondanza, il confronto con le tedesche, la vita dei mezzosangue nella "civile" Europa, l'urto fra la nostalgia per le radici e la distanza crescente verso credenze e rituali arcaici. Come diceva Joyce: «La Storia è un incubo da cui tento di svegliarmi». (Fabio Ferzetti, Il Messaggero)
Appassionato, epico e insieme lineare Teza è un film pervaso da un forte senso di violenza, filigrana continua di vicende, quelle esplicitamente drammatiche – le stragi e i genocidi – come quelle dove la serenità tribale è rotta da improvvisi scarti, come l'arrivo dei militari, l'inseguimento e l'uccisione di adolescenti colpevoli solo di nascondersi per evitare la guerra, magari nelle stesse caverne dove i loro nonni sfuggivano agli occupanti italiani. Autore di un cinema d'azione e insieme di poesia, di realismo e di moderato ottimismo, il regista Gerima affida giustamente la salvezza dell'Africa ai bambini e chiude con una nascita ricca di speranza.
(Michele Gottardi, Segnocinema n. 159)
scheda tecnica a cura di Andrea Fontana
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