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Il Regista
Ari Folman è nato a Haifa, nel 1962 ed è oltre che regista, sceneggiatore e compositore . Con un passato da soldato, esordisce nel 1996 con il film Clara Hakedosha, vincendo svariati premi, successivamente dirige Made in Israel. Ha lavorato anche per la televisione israeliana, collaborando alla sceneggiatura della serie televisiva BeTipul, sotto lo pseudonimo di Asaf Zippor. Riceve l'attenzione internazionale e gli elogi della critica grazie al film d'animazione Valzer con Bashir, presentato al Festival di Cannes 2008, vincitore del Golden Globe per il miglior film straniero e nominato all'Oscar per il miglior film straniero nel 2009.
Filmografia essenziale
Made in Israel (2001)
Clara Hakedosha (1996)
Perché Valzer con Bashir?
Perché proporre un film come Valzer con Bashir? La risposta, se ce ne fosse bisogno, la troverete sicuramente a fine proiezione. A mio modesto parere (come peraltro ho segnalato sulla rivista per cui collaboro, Segnocinema, nel numero 159), Valzer con Bashir è uno tra i migliori cinque film della stagione passata e, più in generale, tra i più commoventi e importanti degli ultimi anni. Innanzitutto innalza il linguaggio animato a stato dell'arte (come, in maniera differente, stanno facendo i produttori della Pixar), inoltre arriva a parlare della guerra e della spietatezza dell'uomo con un approccio che atterrisce per genialità. L'opera di Folman è sospesa, un incubo in cui non si riesce a distinguere realtà dal sogno, immagini oniriche che vengono spesso squarciate dall'orrore della guerra e da momenti che vorrebbero essere satirici ma che, a conti fatti, risultano amplificare un senso di estraniazione che lo spettatore prova nei confronti del genere umano. E se l'orrore è smorzato dai disegni e dal taglio sospeso, il finale riporta i nostri occhi in un clima di pesantezza insostenibile, come a ricordarci che il cinema è sia sogno che lato oscuro di esso. Il risultato potrà piacervi oppure no, ci mancherebbe, ma non potrete sottrarvi dal riconoscere in Valzer con Bashir un'importanza intellettuale e visionaria fuori dai canoni del già visto.
Buona Visione
Andrea Fontana
Rassegna Stampa
Il film, presentato all' ultimo festival di Cannes e candidato da Israele agli Oscar come miglior film straniero, è molto di più di un «film pacifista»: perché si interroga, e ci interroga, sulle «amnesie» che cancellano ogni volta l' orrore della violenza e spingono a riutilizzarla anche se ne dovremmo conoscere la sua inutilità. E perché, utilizzando i disegni invece delle riprese dal vero, si interroga anche sull' usura delle immagini e sul modo migliore di entrare in comunicazione con lo spettatore. Il tema centrale del film, infatti, è l' amnesia di cui si rende conto il regista dopo le confessioni di un amico sugli incubi che lo perseguitano e che risalgono con evidenza al suo servizio militare e alle azioni di guerra in cui fu coinvolto. Usando la libertà che gli concede il percorso mai lineare della memoria e del ricordo, Folman porta lo spettatore a mettere in rapporto le paure di una giovane recluta con le sue fantasie erotiche, gli incubi dei reduci con i ricordi dei testimoni, il fascino della razionalità con l' angoscia del dubbio in un viaggio tra passato e presente che è anche un percorso di conoscenza dentro se stesso. Che probabilmente non sarebbe stato possibile (o almeno non avrebbe avuto lo stesso fascino e la stessa bellezza) senza l' ausilio delle illustrazioni di David Polonski. Perché Folman il suo girovagare nella memoria tra ex soldati l' aveva filmato e a partire da lì era nata l' idea non del «solito» reportage su un fatto storico, ma di un film che mescolasse verità e invenzione (dei nove personaggi «intervistati», sette sono veri e due inventati) dove tutto si «piegasse» alle leggi dell' illustrazioni e della grafic novel (e infatti Valzer con Bashir è anche un romanzo a disegni, pubblicato in Italia da Rizzoli/Lizard). Ma dove la forza evocativa della matita assolvesse anche a un altro compito: colpire l' immaginazione dello spettatore con una forza diversa dall' abusato «realismo» del reportage cine-televisivo, sempre in bilico tra retorica e sciatteria. La forza di sintesi del disegno, la possibilità che ha di cancellare per un momento la condanna al naturalismo insita nel cinema di finzione per mettere in evidenza contrasti di luce e di forme o per liberare tutte le possibilità della fantasia (oltre naturalmente alla bravura indubbia di Folman e Polonski) sanno dare al film la forza di un percorso che entra nella coscienza dell' uomo. E che non può non concludersi con la presa di coscienza della propria «responsabilità» e del proprio «coinvolgimento» nel massacro di Sabra e Chatila. Responsabilità e coinvolgimento non diretti (l' esercito israeliano di fatto lasciò mano libera alle truppe falangiste libanesi che compirono materialmente il massacro) ma non per questo non meno veri. Che la «memoria» a volte vuole cancellare e che invece la «ragione» deve sforzarsi di non dimenticare mai (e infatti per gli ultimi secondi il disegno lascia il posto alla realtà). Per non trovarsi ancora a fare i conti con la violenza e la guerra. Come tragicamente succede oggi a Gaza.
Paolo Mereghetti (Il corriere della sera)
Danzando il «valzer con Bashir» sotto una pioggia di piombo. Bashir è Gemayel, presidente del Libano, assassinato alla vigilia del massacro di Sabra e Chatila. Ma ecco che Folman passa dal rimorso alla contraffazione della Storia. I ricordi sono pieni di buchi neri, mancano caselle, il filo del racconto si strappa e per uscire dal trauma Folman ci mostra figurine astratte, controluce su un mare in fiamme, attonite di fronte all'evento che accade oltre il loro sguardo e per colpa esclusiva di qualcun altro. «Le milizie falangiste cristiane sono totalmente responsabili del massacro. I militari israeliani non erano al comando», sostiene.
L'ex giovane soldato Ari Folman può finalmente tirare un sospiro di sollievo, non ha ucciso civili inermi. In quanto ad Ariel Sharon, allora ministro della difesa, se c'era dormiva. Lo svegliò, come mostra il film, una telefonata inquieta di un fotoreporter che gli chiede se è a conoscenza di quel che accade nei campi.
Sharon dal suo letto d'albergo risponde placido: grazie dell'informazione. Punto. Folman avanza il sospetto che Sharon sapesse e che non fece nulla per fermare la mattanza. Gli servirà un altro film per raccontare il flash-back. Per esempio, che Sharon, dopo l'offensiva in Libano e i 18.000 morti quasi tutti civili, e la partenza di 14 mila militanti armati dell'Olp per sempre dal Libano e l'assicurazione americana che i campi profughi sarebbero stati protetti, annunciò che 2.000 terroristi erano ancora stipati a Beirut Ovest e si accordò sfacciatamente con i falangisti, assetati di vendetta dopo l'assassinio di Gemayel, per ripulire Sabra e Chatila. Fu lui a dirigere personalmente l'operazione dal tetto dell'ambasciata del Kuwait affacciato su Chatila, a dare l'ok ai miliziani di entrare nei campi, a felicitarsi per il risultato, a ordinare all'esercito israeliano di circondare i campi e impedire la fuga dei palestinesi. Le accuse lo costrinsero poi alle dimissioni. Una bambina disegnata come un angelo dormiente tra le macerie visualizza la carneficina che sfuma nelle immagini di repertorio girate subito dopo (perché non rivediamo quelle di Jean Chamoun e Pino Adriano?). Un effetto oscenamente invedibile, corpi squarciati, gonfi e accartocciati tra i tratti di matita del cartoon. Ari Folman probabilmente non ha partecipato alla «pulizia» dei campi, ma non potrà dormire sonni tranquilli e con lui i suoi amici di mitra. Mancano quaranta ore al suo film, quelle del genocidio, che non è ancora finito.
(Mariuccia Ciotta, Il Manifesto)
È una tragica attualità, nei giorni funestati dai morti di Gaza, quella che accompagna l' uscita italiana di Valzer con Bashir; però il film aveva già impressionato molto a Cannes: per la drammaticità degli eventi che rappresenta come per la forma del suo linguaggio. Che è quello di un "documentario d' animazione", variante inedita del nuovo filone di cartoon politico di cui abbiamo fatto la conoscenza con Persepolis. Il realizzatore del film, il cineasta israeliano Ari Folman, è stato testimone in prima persona del massacro di Sabra e Chatila, compiuto nel 1982 dai falangisti cristiani libanesi come reazione all' assassinio del presidente del Libano Bashir Gemayel: vittime migliaia di inermi rifugiati palestinesi; consapevoli, ma senza intervenire, le autorità d' Israele. All' epoca giovanissimo soldato dell' esercito israeliano, Folman è perseguitato da incubi spaventosi e indecifrabili, partoriti dal suo inconscio devastato. Intraprende allora una serie d' incontri-intervista con i suoi antichi compagni d' armi, traumatizzati quanto lui; alla fine, decide di dare a quella sorta di reportage psicanalitico che ha realizzato la forma espressiva del disegno animato, alternando come in un puzzle alle interviste (ridisegnate immagine per immagine, non ricalcate dipingendo la fotografia con la tecnica del rotoscopio) sequenze di guerra e scene puramente oniriche. Lo coadiuva, per la direzione artistica, David Polonsky.
Ammirevole l' eclettismo delle tecniche impiegate - secondo i casi animazione classica, tridimensionale, flash ed effetti speciali - eccezionale la creatività del montaggio: tra iconografie, "tempi" e generi differenti (qualità che, pur non avendo ricevuto riconoscimenti ufficiali a Cannes, dove il film era in competizione, lo hanno candidato ai Golden Globes e gli sono valsi altri premi). Fino a una manciata di secondi finali, dove le vere immagini fotografiche delle vittime del massacro si sostituiscono a quelle stilizzate del cartoon. Un' obiezione è legittima. Non potrebbe, la tecnica del disegno animato, funzionare come uno schermo di protezione, una presa di distanza rispetto a eventi di una tragicità così definitiva? Ecco, bisogna dire che ciò non accade affatto. Sarà il fitto intreccio tra il piano storico e quello onirico e psicanalitico, ma il film si afferma senza retorica né forzature come una delle opere contro la guerra più impressionanti che il cinema abbia mai prodotto: sintesi allucinatoria tra demenza del fronte (vedi la seconda parte di Full Metal Jacket o Apocalypse Now) e traumi del reducismo trascritta in immagini destinate a durare. Due sequenze, tra tutte, restano più tenacemente marchiate nella memoria: quella d' apertura, certo, in cui un uomo è perseguitato da una muta di cani feroci (i cani che, in Libano, aveva dovuto uccidere perché non abbaiassero all' arrivo dei soldati israeliani); ma soprattutto la scena del militare che, come in trance, si abbandona a un valzer con l' immagine di Bashir sotto una pioggia di proiettili; o la bellissima, perturbante sequenza dei soldati che escono dalle acque dinanzi a Beirut devastata dalle bombe.
Roberto Nepoti (La Repubblica)
Esce Valzer con Bashir, il cartoon che ricostruisce, come un documentario, il massacro dei palestinesi avvenuto in Libano nel 1982. Accompagnato dalle polemiche suscitate dalla sua uscita in Israele e in Usa.
Un viaggio nella memoria alla ricerca di una realtà tragica. Un documento paradossale, perché la ricostruzione è affidata ai ricordi personali e al disegno. Una specie di percorso psicoanalitico, alla ricerca della verità su se stessi e sulla storia - che è la storia di quei terribili giorni del 1982, quando, dalle sei del pomeriggio del 16 settembre, per settantadue ore, le forze libanesi, per vendicare l'uccisione del loro presidente Bashir Gemayel, entrarono nei campi dei profughi palestinesi di Sabra e Shatila e si diedero a un metodico massacro di uomini, donne e bambini, mentre le truppe israeliane, incaricate della sorveglianza del campo, non intervenivano.
E Valzer con Bashir, il bellissimo film israeliano d'animazione che, caso quasi unico (il precedente è Persepolis di Marjane Satrapi), ha avuto l'onore di partecipare a un grande festival come Cannes, che è il candidato di Israele per la cinquina degli Oscar come miglior film straniero, e che sta riscuotendo un grande successo e suscitando reazioni appassionate e contrastanti in giro per il mondo.
Un film che mescola abilmente, ma anche con sconvolgente sincerità e trasparente dolore, il documentario politico e l'autobiografia, la storia e la memoria personale, la visualizzazione grafica e la poesia. L'autore, che è regista di cinema e televisione e scrittore (e figlio di due sopravvissuti all'Olocausto), si chiama Ari Folman, e dichiara che quella di Valzer con Bashir è una storia assolutamente personale: la sua, all'epoca soldato diciannovenne delle truppe israeliane a Beirut nella prima guerra del Libano, e da allora tormentato dai ricordi. E, cosa ancora più inquietante, spiega che il film è il racconto di ciò che lui, Ari Folman, a lungo non èriuscito a ricordare, e che è andato ricostruendo - con pazienza ed angoscia, con stupore e con orrore per averlo potuto rimuovere - attraverso una serie di interviste ai testimoni di quel momento, con i quali ha ricomposto il quadro della sua memoria perduta. La memoria che riversa sullo schermo con travolgente impatto emotivo e grande forza visiva fin dalla prima sequenza: quella di un incubo, non suo, ma che fa suo, popolato da una muta di cani rabbiosi che invade ululando e abbaiando un villaggio. Quella del sogno che lo vede, nudo, assieme ad altri due compagni, emergere dal mare davanti a una spiaggia di una Beirut in guerra, piena di cadaveri. Quella che racconta nell'impressionante sequenza del massacro (di centinaia, o di migliaia, di palestinesi e libanesi inermi? Le cifre non concordano, ma l'orrore resta enorme), unica ricostruzione di questo terribile episodio, che solo l'indeterminatezza e al tempo stesso la precisione del disegno animato potevano ricostruire con tanta sconvolgente vivezza.
«L'animazione opera al confine tra la realtà e il subconscio» ha detto Folman in un'intervista al New York Times. Ed è questa l'atmosfera di questo film unico e tragicamente originale - metà fatto di animazione e metà di computer graphic, illuminato da una gamma di colori cupi e dal segno duro e forte del principale illustratore, David Polonsky - solo per pochi minuti sconvolta dalle vere immagini del dopo massacro. Folman ripercorre il suo cammino, dalla rimozione della terribile esperienza di testimone di un massacro, che non vuole ricordare di aver visto, alla necessaria accettazione della memoria, dopo che, volto dopo volto, persona dopo persona, compagno dopo compagno, il quadro si è ricomposto, in parte attraverso la realtà oggettiva, in parte attraverso gli incubi soggettivi.
Ma, appunto, ci sono anche le polemiche. II film, é vero, fa chiarezza sul fatto che la-strage, cui si fa riferimento spesso come se fosse stata opera degli israeliani, in realtà risulta essere stata opera delle milizie libanesi cristiano-maronite. Ma la riflessione che propone Folman - eravamo a due passi da lì, abbiamo permesso alle Falangi libanesi di entrare nel campo, non abbiamo voluto vedere - rimanda alla «distrazione» di tanti europei ai tempi dell'Olocausto: È l'orrore che vediamo sulla schermo, in questa testimonianza reale e virtuale di una delle pagine più terribili della storia recente, punta i riflettori non solo sui morti, ma su quelle vittime della guerra che sono i soldati, costretti a indossare la divisa e a comportarsi di conseguenza, sul senso di colpa dei sopravvissuti, sull'impotenza di fronte alla logica della guerra.
Irene Bignardi (La Repubblica)
scheda tecnica a cura di Andrea Fontana
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