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Scheda critica del film:

   Vincere

Il regista

Nato a Piacenza nel 1939, Marco Bellocchio ha studiato dapprima presso il Centro sperimentale di cinematografia di Roma e poi, grazie a una borsa di studio vinta per alcuni cortometraggi, alla Slade School of Art di Londra. Nel 1965 dirige il suo primo lungometraggio, I pugni in tasca, un esordio di straordinario valore, un’opera destinata a diventare il simbolo del cinema italiano della contestazione. Seguono il meno riuscito La Cina è vicina (1967), l’episodio Discutiamo, discutiamo nel film collettivo Amore e rabbia (1969), Nel nome del padre (1972) e il più impegnato Sbatti il mostro in prima pagina (1972), sceneggiato da Goffredo Fofi e interpretato da Gian Maria Volontè. Esce invece nel 1975 il suo bel documentario Matti da slegare, realizzato in collaborazione con Silvano Agosti, Stefano Rulli e Sandro Petraglia. Dopo Marcia trionfale (1976), critica dell’addestramento militare, interpretato da Michele Placido, realizza una modesta trasposizione cinematografica del Gabbiano di Chechov (1977). La famiglia borghese, con le sue contraddizioni, torna al centro del suo interesse con Salto nel vuoto (1980) e poi con Gli occhi, la bocca (1982), entrambi interpretati da Michel Piccoli. Tra i film degli anni successivi ricordiamo almeno il buon adattamento cinematografico dell’Enrico IV di Luigi Pirandello (1984), con due interpreti d’eccezione come Marcello Mastroianni e Claudia Cardinale, Il diavolo in corpo (1986), che segna l’inizio della sua collaborazione con lo psichiatra Massimo Fagioli, e La condanna (1991) vincitore dell’Orso d’argento al Festival di Berlino. Gli anni Novanta si chiudono con un altro adattamento di un racconto di Pirandello, La balia (1999), ma è soprattutto a partire dal film L’ora di religione (2002), dedicato al tema della laicità, che egli realizza forse le sue opere migliori: Buongiorno, notte (2003), sul rapimento di Aldo Moro, Il regista di matrimoni (2006), sul significato dell’arte, e appunto Vincere.

Il cast

Non era facile per nessun attore cimentarsi con un personaggio ingombrante come Benito Mussolini, per giunta senza avere alcuna somiglianza fisica col dittatore. Eppure Filippo Timi – nato a Perugia nel 1974 e già distintosi al cinema a partire dal 2007 con Saturno contro di Ferzan Ozpetek, In memoria di me di Saverio Costanzo e Signorinaeffe di Wilma Labate e nel 2008 con Come Dio comandadi Gabriele Salvatores – fornisce una interpretazione efficace, cogliendo perfettamente l’espressività del personaggio, tanto da meritare una nomination ai Nastri d’argento come attore protagonista. Altrettanto brava nella parte di Ida è Giovanna Mezzogiorno, ma questa non è certo una sorpresa dato che almeno a partire dall’Ultimo bacio (2000) di Gabriele Muccino è sicuramente la più nota tra le giovani attrici italiane. Con La finestra di fronte (2003) di Ozpetek ha vinto il David di Donatello come miglior attrice, mentre per l’interpretazione in La bestia nel cuore di Cristina Comencini è stata premiata con la coppa Volpi al Festival di Venezia del 2005. Ha inoltre acquisito una certa notorietà anche all’estero grazie a una trasposizione televisiva de I miserabili (2005), nella quale ha lavorato a fianco di Gérard Depardieu, e al film di Mike Newell L'amore ai tempi del colera (2007), tratto dall'omonimo romanzo di Gabriel García Márquez. La parte di Ida Dalser in Vincere le ha infine fruttato in Nastro d’argento 2009.

 

Bellocchio sul film

D.: Rivedendo i suoi film, come mai lei è sempre attratto dalla ribellione?

R.: Si, è vero, è una costante, come se diventasse un obbligo. Mi interessa raccontare di personaggi che si contrappongono all'ipocrisia, al conformismo, a chi domina, al potere in forme diversissime. Per un certo numero di anni, questa era una ribellione che aveva un segno distruttivo: "io mi ribello, ma soccombo". (...) Anche per Vincere è come se la ribellione costante di Ida esprimesse, sia pure rispettando la conclusione, una componente di irrazionalità di lei che contraddice la tragedia; rappresenta una ribellione che non è vittoriosa, ma lo è il film che esprime una ribellione irrazionale. Quando ho conosciuto questa storia, ho capito che dentro c'erano delle passioni, degli affetti, qualcosa, che prima di tutto sconvolgeva me, questa è stata la prima reazione. Questa materia l'ho sentita vicinissima, evidentemente c'erano dentro tante cose che mi riguardavano, anche la mia vita, la mia storia, la mia cultura. (...) Qualcuno vi ha trovato delle attinenze, anche con la storia attuale, ma non credo si debba solo parlare di Mussolini-Berlusconi, ma del fatto che oggi, in Italia, si dà troppo consenso al vincitore ed è come se ci fosse del cinismo, un arrendersi, da parte di una grande maggioranza, per non voler più discutere di niente.


D.: Lei ha più volte descritto la Dalser come una ribelle, potremmo dire che lei se ne è "servito" per parlare, in qualche modo, della ribellione del Sessantotto?

R.: Parlando della Dalser, quello che più mi ha interessato è stata la sua capacità di innamorarsi totalmente, di annullarsi e annientarsi, vendere tutto, essere completamente a disposizione di un uomo che si servì in piccola parte di lei. Il regime, successivamente, la prende e la rinchiude in manicomio perché disturba, perché non si può permettere una ribelle libera. Chi vuole può anche stabilire delle relazioni con il Sessantotto. Evidentemente c'è anche un procedere per immagini che è abbastanza inconsueto nel cinema italiano. (...) Lavorare sulle immagini, e quindi su un registro irrazionale, non è nella nostra tradizione. Da una tragedia si esce depressi, ma qui c'è la disperata ribellione di Ida che produce una reazione, un sentimento che non sono depressivi. Questa è la mia opinione, naturalmente.


D.: Non potremmo, invece, dire che l'ostinazione della Dalser è dovuta al fatto che Mussolini è diventato fascista?

R.: La sua ribellione è oggettivamente politica, ma uno lavora sui personaggi, lì è l'ossessione che si concentra sull'uomo Benito Mussolini. Tanto è vero che lei è convinta che lui sia circondato da nemici che vogliono distruggerla e che lui la ami ancora, poi lo capirà e gli dirà addio. Lei è rimasta, tuttavia, lucida, non le si è mai deteriorato il cervello, infatti lo psichiatra la tratta come una persona normale dicendole che sbaglia perché non ha il senso della realtà, non può combattere contro tutta l'Italia e le suggerisce di diventare attrice, di fingere e aspettare che passi. Premetto che i finali sono sempre molto importanti e c'è stato un dubbio e poi una scelta di cui non mi pento assolutamente. La morte della Dalser non sarebbe stata comunque rappresentata, anche se c'erano altre possibilità di finale (tra cui Riccardo Paicher, il cognato della Dalser, che va a recuperare i famosi documenti nascosti nella cassetta, che ritrova, ma sono andati distrutti a causa di infiltrazioni d'acqua, e questo è un fatto storico), ma sono risultati una scelta posticcia. Mi è sembrato, anche per lo stile sbrigativo del film, che non indugia su niente, ma che cerca sempre di andare avanti, che poteva bastare e fosse necessaria una semplice didascalia.

(Alessandra Giannelli, “www.mymovies.it”)

La critica

“Chi vince in Vincere di Marco Bellocchio? Non Benito Mussolini, finito appeso per i piedi in piazzale Loreto a Milano. Non la sua donna (forse moglie) Ida Dalser, finita a 57 anni per emorragia cerebrale nel manicomio di Venezia, dopo esser stata per 11 anni respinta, spiata, pedinata, privata di tutto, separata per sempre dal figlio, reclusa tra monache complici e malate di mente: senza mai cedere alle convenienze dell'ex amante, ai compromessi e all'opportunismo, come invece andava facendo l'Italia fascistizzata. Non vince il figlio dei due, Benito Albino, rapito da piccolo, confinato in un collegio di preti, sottoposto a cambiamento di cognome, chiuso pure lui in manicomio, finito a 26 anni (per “marasma”, secondo la cartella clinica). Vince solo il regista, che ha fatto un gran film diverso da tutti, innovativo, dinamico, affascinante. Nuovo narrativamente: benché racconti una storia di passione, ripudio, dolore, straziante come un melodramma italiano, non accade mai a Bellocchio di indulgere al pathos: la distanza che sa mantenere rispetto alla sua protagonista ne accentua l'alta tragicità. Nuovo stilisticamente: è perfetta la fusione tra film e documenti visivi del primo Novecento; è magnifica la maniera in cui l'autore illustra Ia cultura pre-fascista con un'esattezza che diventa satira; è divertente il suo modo di raccontare il giovane Mussolini socialista-interventista-fascista, esemplare trasformista all'italiana e di accompagnare il ritmo veloce degli eventi con grandi scritte esclamative alla futurista (Audacia! Potere ai Soviet! Guerra, sola igiene del mondo!). Sono bellissime le scene di passione carnale tra Mussolini e Ida, venate di brutalità”.

(Lietta Tornabuoni, “La stampa”, 20 –5-2009)

“Marco Bellocchio affronta una pagina di storia italiana misconosciuta. La notizia era apparsa negli anni Cinquanta su “La Settimana INCOM Illustrata”, ma pochi vi avevano prestato credito perché in quell'epoca i falsi memoriali su malefatte degli esponenti del fascismo inondavano le redazioni. Due giornalisti Rai, Novelli e Laurenti, riprendono di recente le ricerche e realizzano un documentario che va in onda su RaiTre nel gennaio 2005. Da esso emerge una fitta serie di testimonianze sulla veridicità di quanto all'epoca denunciato. Si può affermare che Bellocchio non poteva non essere attratto da una vicenda che coniugava il tema del potere con le dinamiche della psiche. Ne emerge un film come al solito molto personale, che denuncia però una costrizione in cui il regista non si trova completamente a suo agio. La camicia di forza della Storia, con le sue date e i suoi avvenimenti, vincola la narrazione che tenta di liberarsene non riuscendovi sempre. Su tutto questo prevale però una lettura decisamente interessante e che mette in gioco la psichiatria e, ancor più, la psicoanalisi che studia il rapporto tra il potere e le masse. Mentre la follia diviene sempre più collettiva e partecipata nel Paese, ci suggerisce Bellocchio, diviene quasi indispensabile che la normalità (Ida) venga trattata come devianza”.

(Giancarlo Zappoli, in “www.mymovies.it”)

“È quasi il Novecento di Marco Bellocchio. Non un affresco epico contadino, bensì un duetto ‘da camera’ metropolitano, di oltre due ore. Una tragedia rigonfia di passione e sentimento, come un melo di Raffaello Matarazzo, mai di sentimentalismo. Vincere è un poema dark sul duplice omicidio legalizzato, mandante il duce, di Ida Dalser e Benito Albino Mussolini. Ovvero la moglie e il figlio ‘segreti’, annichiliti con ferocia terragna dal leader massimo del fascismo. Eppure a ‘vincere’, irreversibilmente, è stata propria Ida. E vincerà. Il film è la metafora di come un intero paese fu diseredato, cancellato dalla vista e dai mass media, reso sadicamente impotente, con l'uso di squadracce psicotiche. Fu isolato, scisso, internato e disfatto nella mente. Infine ‘assassinato’. E le donne subirono una sorte ben peggiore, congelate vive e mostruosizzate nel loro innaturale ruolo di ‘casalinghe’, ‘madri’ piccole italiane e ‘credenti’, alla faccia della stessa contessa Sarfatti che pure aveva guidato come una marionetta il duce, prima che lui si imbarcasse nella più stupida delle imprese, l'aggressione razzista, coi gas, all'Etiopia. (...) Insomma il film racconta un misfatto di cronaca politica per decenni tenuto nascosto o rimosso. Finché a gettare la prima luce sulle sensazionali rivelazioni dei primi anni 50 considerate fantasie o bieca propaganda rossa fu il libro di Marco Zeni (2000) e il bellissimo documentario di Fabrizio Laurenti e Gianfranco Norelli, Il segreto di Mussolini (2005), voluto da una fronda intelligente che ancora si aggira per i sotterranei della Rai. Il documentario, cui Bellocchio deve tutto dal punto della sostanza conoscitiva, fu venduto ovunque, perché scodella prove, testimoni, moventi, 'senso', carte e responsabilità di quel doppio calvario. (...) Applaudito dalla critica internazionale di Cannes questo terrificante psico-thriller storico, che Giovanna Mezzogiorno (Ida), Filippo Timi (Benito, ma anche Benito Albino) e le luci metafisiche, horror ma introverse, di Daniele Ciprì, trascinano al di là del realismo, nel regno degli spettri che tornano, saltano sulle grate e esigono vendetta, è uno sguardo intenso e concentrato lanciato obliquamente sulla storia, su una persecuzione totale che lascia inorriditi, quasi increduli”.

(Roberto Silvestri, “Il manifesto”, 20 maggio 2009)

“Il film di Marco Bellocchio, Vincere, racconta, più che il presunto matrimonio religioso del duce, la buia ascesa di un uomo che approfittò della Grande guerra per smania di dominio. Dal buio emergono indistinte figure "in marcia". Intanto, rivolto a Ida Dalser (Giovanna Mezzogiorno), Benito Mussolini ( Filippo Timi) fantastica sul proprio futuro, sicuro di una grandezza che oscurerà Napoleone. C'è fanatico amore di sé, nei suoi occhi. E c'è rapimento affascinato in quelli della sua amante (più tardi diventata sua moglie). Poi la macchina da presa torna sulle figure in marcia: sono ciechi guidati da ciechi.
Bastano queste immagini a dirci quel che non è, Vincere (Italia e Francia, 2009, 128').Non è una storia d'amore, come qualche distratto suppone. Certo, Marco Bellocchio racconta l'amore e il desiderio fra il capo del fascismo e la sarta di Trento. E racconta come la loro relazione, con il figlio che ne venne, fu nascosta dalla complicità vile di ministri, prefetti, medici, religiose. Ma è la marcia nel buio che Bellocchio davvero racconta, e che davvero fa riemergere dalle ombre del passato. E da ombre Vincere è di continuo percorso. Ombre sono i ciechi che si affidano a ciechi. Ombre è il bianco e nero di cinegiornali e film che passa sgranato sulle immagini a colori, spaesante come un fantasma che la coscienza non abbia voluto dissolvere. E ombra è la memoria sbiadita di quegli anni.
Della memoria, alla fine, racconta il film: di una memoria perduta in immagini che nel tempo si son fatte mute”.

(Roberto Escobar, “Il Sole-24 Ore”, 24-5-2009)

“Un film assai elaborato, complesso e stimolante, ancorché alterno sul piano dell'emozione e della comunicativa; ma certo un film dotato di una cifra stilistica rara e raffinata. Vincere conferma, innanzitutto, come Marco Bellocchio da una parte resti fedele ai temi-chiave della propria personalità artistica (l'autoritarismo delle istituzioni e la rabbia antiborghese) e dall'altra tenda sempre a rimettersi in gioco, sperimentare, provocare cortocircuiti tra gli input della storia e della realtà e quelli dell'immaginazione e dell'iconografia. La sfida del film sta tutta nel sottile, arduo equilibrio che si stabilisce tra narrazione e/o finzione, inserti documentaristici e riflessioni personali ad ampio spettro metaforico. D'altronde su Mussolini era troppo facile esprimersi con l'accetta drammaturgica; troppo facile, intendiamo, per un regista come Bellocchio che sa trovare spunti spiazzanti nella verità più conclamata così come negli angoli più oscuri e inesplorati della psiche. (...) Tutta la prima parte di Vincere è ammaliante, grazie all'erotico connubio tra la figura del Mussolini mangiapreti e interventista incarnata da un allucinato Filippo Timi e la compulsiva dedizione della Dalser, interpretata da una Giovanna Mezzogiorno sulla scia dell'Adjani di Adele H. (...) Il privato e il pubblico si scontrano con una veemenza già poeticamente eversiva, che le circostanze storiche contribuiscono solo a spingere verso il noto esito di totale annullamento. Quando però s'imbocca la via crucis di madre e figlio, respinti in una solitudine che prelude a una vera o presunta follia, Vincere compie la scelta d'intensificare l'incastro di montaggio con gli spezzoni dell'archivio Luce acquisendo, così, man mano una certa freddezza, una notevole farraginosità e persino (le scene in manicomio) un'inopinata prevedibilità.”

(Valerio Caprara, “Il Mattino”, 23 maggio 2009)

scheda tecnica a cura di Guido Levi

 



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