Jan Sverak
Regista ceco , ha 44 anni,( nasce il 6 Febbraio1965 a Zatec ,Repubblica ceca). Studia alla sezione documentaria della scuola di cinema di Praga e un suo corto a tematica ecologista (Ropaci, 1988) vince un premio negli Stati Uniti come miglior film studentesco. Il suo film d’esordio (Obecna Skola, Scuola elementare 1991) ottiene una nomination all’Oscar come miglior film straniero, mentre la sua opera seconda (Jizda, Strada, 1994) vince il premio come miglior film al festival di Karlovy Vary. Raggiunge la notorietà internazionale con Kolya (1996), ammiccante commedia su un ragazzino russo nella Praga degli ultimi anni ’80, premiato con l’Oscar come miglior film straniero. Nel 2002 dirige Dark Blue World, intenso melodramma sulla vicenda di due piloti cechi che fuggono in Inghilterra dopo l’invasione nazista e si innamorano della stessa donna.
Zdenek Sverak
Sceneggiatore cinematografico, autore di teatro e di canzoni, scrittore e attore (e padre di Jan).
Zdenek Sverak si è laureato alla Facoltà dell’Istruzione, specializzandosi in Lingua e letteratura ceca, e dopo gli studi ha iniziato ad insegnare nella regione Zatec insieme a sua moglie. Scriveva articoli per riviste, racconti, favole e sceneggiature per la televisione. Nel 1962 è entrato a far parte della Radio dell’Esercito cecoslovacco. Insieme al collega Jiri Sebanek e al jazzista Karel Velebny ha creato una serie di finti “collegamenti in diretta” da un’immaginaria Taverna del Ragno. Fu a quell’epoca che nacque il personaggio di un eroe ceco ingiustamente ignorato, Jara Cimrman. Successivamente questo personaggio diede il nome al teatro che Zdenek Sverak fondò insieme ai suoi colleghi e dove è ancora attivo come scrittore e attore.
Negli anni ‘70, Zdenek Sverak e il suo amico e collega Ladislav Smoljak sono diventati famosi come sceneggiatori per una serie di commedie.
Zdenek Sverak ha scritto At ziji duchove! (1977) e Tri veterani (1983), entrambi diretti da Oldrich Lipsky; la commedia nostalgica Vrchni, prchni (1980), diretta da Ladislav Smoljak; l’adattamento di Zivot a neobycejná dobrodruzství vojina Ivana Conkina (1994) di Voinovich, diretto da Jiri Menzel; la fiaba Lotrando a Zubejda (1997), diretta da Karel Smyczek; e le sue due popolarissime commedie nominate all’Oscar Il mio piccolo dolce villaggio(1985), diretta da Jiri Menzel, e Scuola elementare (1991), diretta da Jan Sverak. Uno dei più grandi successi di Zdenek Sverak rimane Kolya (1996). La sua sceneggiatura ha ricevuto il Czech Lion Prize. Per Jan ha scritto anche la sceneggiatura di Dark Blue World (2001).
Zdenek Sverak appare regolarmente in televisione come guida nella serie Czech Film Smiles e come presentatore di spettacoli di beneficenza o musicali per bambini. Nel 2006 è stato eletto “Personalità dell’anno” della Repubblica Ceca.
Le riprese
Le riprese sono iniziate il 13 marzo 2006 a Smichov, Praga. In quella mattinata fredda e assolata le strade erano ricoperte da mezzo metro di neve fresca. Il regista ha dovuto subito prendere una decisione: se cancellare le riprese o iniziare correndo il rischio che poi la neve si sciogliesse lasciando le scene successive senza neve. Alla fine, è giunto alla conclusione che la natura avesse regalato loro quello che molte altre produzioni devono pagare per avere. Il film comincia con il bianco, e per fortuna la neve ha retto e le scene si legano proprio come sperato.
All'inizio delle riprese, Zdenek Sverak ha dovuto sostenere delle scene di corsa in bicicletta molto faticose. Anche se nelle situazioni più pericolose è stato sostituito da una controfigura, le scene in cui ha dovuto manovrare la bicicletta sul terreno ghiacciato mentre guardava in macchina e recitava sono state molto complicate. Eppure, ammette Zdenak Sverak, la cosa che lo preoccupava veramente era un'altra: "La cosa più difficile di tutte era dover essere sempre in forma per quarantacinque giorni," dice. "Arzillo e allegro e disponibile dalla mattina alla sera, dall'alba al tramonto, questa mi sembrava davvero un'impresa impossibile. Molte volte, dopo i primi giorni in cui pedalavo fra la neve e il ghiaccio, tornavo a casa che non sentivo più il corpo dal freddo. Mi dicevo:'Mi ammalerò, e le riprese verranno interrotte…' Quindi mi facevo un bagno caldo, cosa che non faccio spesso, ma era proprio quello che il mio fisico mi richiedeva In passato ho avuto problemi di insonnia, e temevo anche che se si fossero aggiunti anche problemi con il sonno oltre a tutto il resto, sarei crollato del tutto. Invece è accaduto il contrario e ho sempre dormito come un ghiro." Chi invece si è ammalato è stato Sverak Jr. che ha dovuto rimandare le scene finali alla Diga di Slapy fino a quando gli antibiotici non hanno stroncato la sua polmonite.
Per questo film, tutte le riprese erano piuttosto intime e facili, ma alla fine c'è quella con una mongolfiera che copre circa venti minuti del film. E' stata l'unica scena per cui ci siamo preparati diversi mesi prima, con uno storyboard inquadratura per inquadratura, come le scene di combattimento aereo in Dark Blue World. Il problema era che neanche l'abitacolo della mongolfiera più grande, quello per nove persone, poteva contenere sia la macchina da presa che tutti gli attori; e anche se questo fosse stato possibile, i bruciatori rumorosissimi sarebbero dovuti restare sempre accesi per tenerci in aria, il che avrebbe reso inutilizzabile il sonoro. Abbiamo quindi dovuto inventare un trucco per ogni singolo ciak, per creare l'illusione perfetta di un volo libero pur restando nel pieno controllo dell'azione. Come dicono molti cineasti esperti: 'La migliore scena di una tempesta nell'oceano è quella girata nella piscina dietro gli Studios!' Sebbene per girare la scena ci siano voluti quindici giorni, e abbiamo usato due mongolfiere per decine di ore, nessuno dei nostri attori si è mai sollevato da terra."
Zdenek Sverak ci racconta la sua esperienza personale con la muta in neoprene: "La cosa peggiore era stare in piedi nell'abitacolo della mongolfiera mentre la gru ci calava all'interno della Diga di Slapy. Faceva freddo e molti ciak li abbiamo ripetuti più e più volte, e sebbene indossassimo il neoprene il tutto era molto sgradevole. Io e Dana ci abbracciavamo stretti soprattutto per difenderci dal freddo." E chi parla è l'uomo che diceva che essere al tempo stesso attore e sceneggiatore ti permette di scriverti il personaggio come più ti piace!
Alla sua figlia cinematografica ha imposto una leggera imperfezione fisica. Detto chiaramente, Helenka ha un sedere piuttosto grosso. Siccome il regista aveva scelto Tatiana Vilhelmova per il ruolo, è stata la costumista Simona Rybakova a risolvere il problema del fondoschiena. Tatiana però protesta: "Me ne sono occupata io personalmente! Sono stata seduta sul mio fondoschiena per giorni e giorni, ho mangiato cibi grassi e mi sono rifiutata di muovermi. Sono una vera professionista!" E cosa ne dice Simona Rybakova? Si dice che Pedro Almodovar abbia riempito gli abiti di Penelope Cruz in Volver, come è andata quindi per Vuoti a rendere (Empties)? "Alla fine abbiamo provato con delle gonne imbottite che fanno il sedere più grande, ed è andata bene. Pur senza sfigurarla, Tatiana, nel film ha un sedere davvero grosso quando si gira di schiena. Poi ci sono anche dei costumi nei quali non era necessario evidenziare così tanto il fondoschiena. Così abbiamo rispettato la sceneggiatura senza deformare l'attrice,"…
( intervista da mymovies.it).
LE RECENSIONI Vuoti a rendere (Empties) è l’ultima parte di una trilogia che racconta una vita intera dal regista Jan Sverak e dallo sceneggiatore e attore Zdenek Sverak. La trilogia ha avuto inizio con il film nominato agli Oscar Scuola elementare (1992 ) che esplorava l’infanzia; ha proseguito nella vita adulta con il vincitore del Premio Oscar Kolya (1996) e ora si chiude con Vuoti a rendere (Empties), una storia d’amore che esplora il matrimonio e il pensionamento in una commedia di grande intensità.
Questo film non parla soltanto di un uomo anziano, Joseph, che non vuole pensionarsi né dal lavoro né dall’amore, perchè la vecchiaia lo ha colto di sorpresa, ma è un sensibilissimo ritratto di un matrimonio di lunga data che, in una situazione negativa, quando sembra che ormai i due protagonisti remino in due direzioni contrarie, tocca dei punti di dolorosa profondità.
Joseph, non riesce più ad affrontare i suoi studenti come faceva prima, ma stare a casa con sua moglie è noioso, pertanto è determinato a trovare ad ogni costo un lavoro.
Quando, dopo una fallimentare esperienza di pony express, accetta un lavoro di livello piuttosto basso al banco della resa delle bottiglie in un supermercato.
Personaggio un po’ impiccione il vecchio professore capisce che può riuscire a conoscere le persone attraverso quella minuscola finestrella del chiosco.
Nello spersonalizzante mondo moderno, quello è come un rifugio vecchio stile, dove le persone si salutano, si fanno complimenti e chiedono notizie dei figli, cercando di accettare la vecchiaia e la sua mortalità con un pizzico di positiva allegria.
Molto ben disegnato anche il personaggio femminile della moglie, Eliska Tkalounova, che deve affrontare a sua volta la vecchiaia.
In Vuoti a Rendere Daniela Kolarova recita magistralmente in un ruolo tridimensionale, che si sviluppa e si modifica via via che la seguiamo nel film.
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All’inizio è talmente rigida e incattivita da dare i brividi, ma lentamente lo spettatore l’accetta e impara ad apprezzarla come ancora l’apprezza Joseph, il fantasioso marito che cerca di capire come va il mondo, e di trovarvi il suo posto senza ferire nessuno.
Questo film insegna agli anziani e a quelli che, se saranno fortunati, lo diventeranno ad arrivare agli ultimi metri della corsa della vita come il nostro protagonista che si pone serenamente domande alle quali non sa dare delle risposte soddisfacenti, perché nessuno è capace di accettare la nostra morte finché siamo vivi.
L’attore e sceneggiatore di “Vuoti a rendere” Zdenek Sverak confida: “il tema della morte, così triste, scorre attraverso il nostro film così allegro, come un fiume sotterraneo e invisibile, in costante tensione con ciò che sta accadendo in superficie.”
( Settemuse.it)
Vuoti a rendere, ovvero l’elogio della leggerezza
( Sandro Russo) Certi film vengono talmente a proposito in certi momenti, che non si saprebbe dire se sono essi a orientare i pensieri, o i pensieri stessi a far cercare proprio quei film, e non altri.
Il problema è quello comune ad una certa età: come affrontare gli anni che passano, gli entusiasmi che si affievoliscono; lo stesso lavoro che è tanto cambiato da non essere più riconoscibile, quale che fosse la passione iniziale.
Il film è quasi fatto in famiglia: il regista è Jan, mentre babbo Sveràk fa il farfallone attempato. Nella finzione filmica la moglie Eliska non è proprio la signora Sveràk, ma ha lavorato in altri loro film, sempre come moglie del protagonista.
La povera Eliska non è proprio il prototipo della pesantezza - abbiamo visto di molto peggio, sia al cinema che nella vita reale - ma neanche si può dire che prenda la vita con allegria, né che sia leggera con il marito nell’affrontare quella situazione eccezionale che è il diventar vecchi. Lo rimbrotta per le sue scappatelle, più immaginarie che reali alla fine, e lo irride per la sua mania di cercare nuovi lavori. Quanto a lei, che fa lezione di tedesco a un signore innamorato di lei ma troppo timido per dirglielo, rimane più imbarazzata che contenta, quando lo scopre.
La figlia dell’anziana coppia, anche lei bloccata - come la madre – nota Josef - è stata lasciata dal marito che le ha preferito una donna più effervescente. C’è anche un bambino, il nipotino di tre anni, che fa domande imbarazzanti al nonno, tipo: - Nonno ma tu morirai?
- Beh, si. Ma non ho ancora deciso quando.
Mentre Josef, per il suo carattere più estroverso – perseguito e affinato, però – riesce a trovare piacere in tutte le cose che fa e aggrega intorno a sé una piccola corte di personaggi, per ciascuno dei quali ha un sorriso, un consiglio, un’idea risolutiva.
Comunque è di questo che si parla: di come riuscire a mantenere la scintilla vitale, un interesse per gli altri che faccia compagnia e aiuti a superare gli anni e gli acciacchi. Inventare una cosa nuova ogni giorno.
I ceki devono avere un vecchio conto in sospeso con l’antinomia gravità/leggerezza. Non sono forse ceki anche Franz Kafka e il Milan Kundera de L’insostenibile leggerezza dell’essere?
E la mongolfiera è la perfetta metafora conclusiva del film; anche nel suo andare altalenante: ce la farà? Non ce la farà? La lunga scena, completamente girata a terra e in studio, è una bella prova di tecnica cinematografica.
Riusciranno le ragioni aerostatiche della leggerezza a portare i nostri eroi fuori dal gorgo? Quei due abbracciati stretti, lassù in alto, che si vogliono ancora bene?
I vecchi: vuoti a perdere o a rendere?
di Pino Moroni (cinebazar.it)
Con l’allungamento della vita e l’aumento mondiale del numero degli anziani, anche il cinema ha cominciato ad approfondire di più le tematiche di questo strato di popolazione. Nel film di Jan Sverak, la leggerezza, la delicatezza ed i sogni di Josef, professore in pensione, aiutano a risolvere in meglio i problemi umanissimi dei suoi componenti familiari, degli amici e dei clienti di un supermercato in cui il protagonista recupera bottiglie usate. Con il racconto di una vita quotidiana, specchiata nelle abitudini, nella ripetizione di azioni, nelle ripicche familiari, nei giochi di bimbi e nei paesaggi crepuscolari di una città antica come Praga.La positività di un uomo di 65 anni, che oltre voler essere attivo per se stesso (grande insegnamento), vuole dare il suo piccolo contributo ad una società bisognosa di spinte sociali ed umane.
Il rapporto con il nipotino e la vecchia invalida, con l’ex genero ed il collega di lavoro, con la signora che cerca gli sconti ed il ragazzo che beve troppo. Figure di una umanità invisibile che cerca consigli ed affetto. Fino ad arrivare al capolavoro finale con il lungo luminoso volo in pallone aerostatico con la moglie.
Dieci minuti di panorama naturale di boschi, fiumi e campagne, liberatori ed evocativi. Pieni di bellezza e vitalità come lo spirito, ancora giovane ed altruista, di un vecchio professore.
Tra le pieghe di un film minimalista, ma grande, ho trovato una infinità di notazioni di vita vissuta. Le difficoltà dei rapporti con giovani ignoranti, presuntuosi e raccomandati. L’impotenza a poter aiutare figli piagnoni, rigidi e vuoti sessualmente. L’impossibilità di creare una vita sentimentale con mogli che cercano ancora conquiste. La creazione di sogni erotici con donne che si incrociano nel crepuscolo dei sensi. La voglia mortificata di essere ancora forti ed avventurosi come a vent’anni. L’incapacità, per un pensatore, di risolvere piccoli problemi tecnici in casa. I difficili rapporti di lavoro con persone che parlano poco o troppo. L’arrivo dirompente delle nuove tecnologie che fanno perdere all’uomo i rapporti umani. Le gaffes, gli errori, le incomprensioni, le delusioni di cui è piena ogni vita.
Ma al di sopra di tutto la grande speranza di poter rendere migliore e più felice la vita degli altri, solo con qualche leggero tocco di altruismo. E non è poco.
Vuoti a rendere: la storia non è affatto finita
di Piero Nussio (cinebazar.it)
In Kolja (1996) Zdenek era in Cecoslovacchia con un bambino che gli parlava solo russo, e la metafora di un’oppressione era evidente. Un gran film, premiato con l’Oscar 1997, ed un grande successo.
Poi venne il ’98, crollò il muro di Berlino e, nel giro di pochissimo, la fine di tutto il monolito sovietico e del suo impero.
Dieci anni dopo, in Vuoti a rendere, Zdenek è ancora alle prese con un ragazzino, ma per raccontarci come non sia proprio oro tutto quello che riluce nel liberismo occidentale finalmente raggiunto. Un ragazzetto pestifero basta per spiegare -in poche inquadrature- quanto riesca ad essere insopportabile la spocchia e la grossolanità dei nuovi ricchi che comandano ora a Praga, e quanto la situazione sociale possa essere opprimente come lo era il vecchio regime.
Ma il personaggio di Zdenek Sverák non è uno da piangere addosso ai propri guai: in Kolja insegnava lingua e comportamento al figlioccio acquisito, e ne otteneva il migliore dei risultati. In Vuoti a rendere rifiuta il lavoro di professore, con cui ha passato tutta una vita, ma anche la noia della pensione. Vuoti a rendere non è “vuoti a perdere”, anzi esattamente il contrario. E non è, tantomeno, «un film per vecchi». Esplicitamente Josef Tkaloun (il personaggio interpretato da Zdenek Sverák) rifiuta di unirsi alle inutili passeggiate che i suoi colleghi pensionati fanno “per sgranchirsi le gambe”, e alla figlia devota osservante cattolica dichiara «Informati: se in Paradiso si può lavorare ci vado, se no non mi interessa…».
scheda tecnica a cura di Stefano Bona
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