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La Città Proibita |
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Regia: Gabriele Mainetti
Soggetto e sceneggiatura: Stefano Bises, Gabriele Mainetti, Davide Serino
Fotografia: Paolo Carnera (Ccs)
Montaggio: Francesco Di Stefano (Amc)
Musiche: Fabio Amurri (Edizioni Flipper - Edizioni Curci)
Scenografia: Andrea Castorina (A.S.C.)
Interpreti e Personaggi : Enrico Borello (Marcello), Yaxi Liu (Mei), Marco Giallini (Annibale), Sabrina Ferilli (Lorena), Chunyu Shanshan (Mr. Wang ), Luca Zingaretti (Alfredo)
Produttori esecutivi: Saverio Guarascio, Mandela Quilici, Gianluca Mizzi, Claudio Falconi
Prodotto da: Sonia Rovai, Mario Gianani e Lorenzo Gangarossa
Produzione: Wildside, una società del Gruppo Fremantle, PiperFilm e Goon Films
Distribuzione: PiperFilm
Origine: Italia, 2025
Durata: 137’ |
Il Regista
Gabriele Mainetti nasce a Roma il 7 Novembre 1976. Si laurea in Storia e Critica del Cinema presso l'Università degli Studi Roma Tre. Frequenta corsi di regia, direzione della fotografia, produzione e sceneggiatura presso la Tisch School of the Arts di New York. La sua formazione d'attore è legata ai laboratori e ai corsi tenuti a Roma da Beatrice Bracco, Francesca De Sapio, Nikolaj Karpov e Michael Margotta.
La sua vera passione però è la regia. Con il cortometraggio Basette (2008), scrittoda Nicola Guaglianone, con Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Daniele Liotti e Luisa Ranieri, partecipa ad oltre 50 festival tra i quali il Festival del Film di Locarno ed il Festival del corto La25a Ora
Nel 2011 fonda la società di produzione Goon Films con la quale realizza Tiger Boy (2012), il suo ultimo cortometraggio, vincitore del Nastro d'argento 2013 come "Miglior Cortometraggio
Il regista ha esordito nel lungometraggio con l'originale Lo chiamavano Jeeg Robot (David di Donatello come miglior regista esordiente, oltre che a tutti gli attori), presentato alla Festa del Cinema di Roma 2015 e interpretato da Claudio Santamaria e Luca Marinelli. La sua seconda opera, Freaks Out, ancora una volta con Claudio Santamaria, è stata presentata alla 78. Mostra del Cinema di Venezia.
Torna nel 2025 con l'action La città proibita, che ottiene il premio come miglior regia al Nastri d'Argento.
Sinossi
Cina, 1979. Due genitori sfuggono all'obbligo del figlio unico mettendo alla luce le bambine Yun e Mei. Mei, la secondogenita, è però costretta a nascondersi sempre per evitare alla famiglia una denuncia. Salto temporale fino a metà anni Novanta: Mei si ritrova nella Roma multietnica del quartiere Esquilino, presso il ristorante cinese La città proibita. Quel luogo è la chiave della ricerca che l'ormai giovane donna ha intrapreso per ritrovare la sorella maggiore, che è diventata una prostituta nella Città Eterna. I destini di Mei si incroceranno con quelli di Marcello, giovane cuoco in un ristorante rivale di cucina tradizionale romana, rimasto insieme alla madre Lorena a gestire il locale dopo la sparizione di suo padre Alfredo. Annibale, un amico fraterno di Alfredo, cerca di dare loro una mano, anche perché detesta il proprietario di La città proibita e i tentativi degli immigrati di diventare "padroni in casa sua".
Un pastiche cinefilo
Kung fu, commedia all’italiana con tanto di sottotesto apertamente sociale, film dalle velleità politiche quantomai puntuali e in dialogo con il presente, vacanze romane lungo le strade notturne della capitale, love story all’insegna dell’incomunicabilità linguistica e culturale: l’urlo di Mainetti terrorizza anche al terzo film, con un pastiche che dimostra ancora una volta la sua brillante capacità nel coniugare ambizioni produttive pressoché uniche nel panorama italiano contemporaneo (i quasi 17 milioni di budget sono una cifra considerevole, anche se per la prima volta il suo nome non figura tra i produttori) con uno sguardo sinceramente permeato di quella generica cinefilia pop che è tra le cifre più rilevanti del cinema d’intrattenimento occidentale post-Marvel.
Che bello questo cinema dalle grandi ambizioni e dalle spalle larghe per sostenerle e che bello questo cinema che dichiara la sua evidente autorialità senza rinnegare mai, anzi esaltando orgogliosamente, la sua primaria logica di intrattenimento; che bello questo cinema uguale a mille altre cose eppure, in un certo senso, spiazzante, disorientante, diverso, proprio come i personaggi che lo popolano, supereroi, mutanti, freaks da circo, eroine catapultate in un contesto culturale altro. Che bello questo cinema che fa politica attraverso il ribaltamento degli stereotipi del genere (l’efficace plot twist finale: non il boss cinese, il vero cattivo è sempre vicino a noi), ricordando ancora una volta quanto il genere sappia essere anche molto più incisivo del cosiddetto “cinema impegnato” nel proporre sguardi critici e puntuali sulla realtà. Certo è facile fare le pulci ad un cinema così, è facile fermarsi a criticare, ad esempio, una parte centrale che procede un po’ a singhiozzo oppure un finale forse eccessivamente didascalico; è facile, facilissimo, per chi sceglie di guardare il dito invece della luna. (Marco Catenacci, Spietati)
Due mondi opposti
Uno degli aspetti più riusciti del terzo lungometraggio di Mainetti è la ricostruzione di un quartiere vivo, colorato e multiculturale, in cui convivono pacificamente diverse etnie ormai perfettamente inserite nel contesto urbano. Se non fosse per squallide figure come Annibale, un dinosauro della vecchia malavita romana interpretato da Marco Giallini che ritorna dalle parti del Terribile di Romanzo Criminale. Annibale tenta in ogni modo di rallentare questo processo di ibridazione del tessuto urbano, sfruttando gli immigrati africani e contrastando gli acerrimi rivali: i cinesi. Ma i dinosauri sono destinati a estinguersi, o almeno si spera, così da lasciare spazio a una nuova generazione più pronta e aperta agli orizzonti futuri. Ma l’unico modo per farlo è liberarsi dalle gabbie provenienti dal passato, soprattutto in una città immobile e indolente come Roma, dove “tutto è permesso e niente è importante”, l’esatto opposto dell’Estremo Oriente. In questo senso il fulcro del film è l’incontro tra i due mondi opposti, Mei e Marcello, in quel viaggio notturno in motorino in stile Vacanze Romane dove il ragazzo non si dimostra il miglior cicerone possibile: “esatto Mei, quella è n’artra chiesa”. (Federico Rizzo, Sentieri Selvaggi)
Kung fu a Roma
Portare il cinema di kung fu a Roma non in sé una novità, lo è soltanto se ci si relaziona al contesto italiano, che è piccino e un po’ gretto. Ciò che rende La Città Proibita un film unico è il modo in cui Mainetti affronta il problema di far convivere e amalgamare tra loro due anime, anzi, proprio due film diversi nello spazio di una sola pellicola, e farli anche funzionare entrambi alla perfezione; dare il giusto e doveroso spazio alle botte, che sono tante, pirotecniche, coreografate alla grande e girate pure meglio, ma allo stesso tempo scrivere dei personaggi per cui sentire qualcosa, dando loro un contesto solido e credibile.
In altre parole, fare cinema di genere come va fatto. Che pare banale, ma non lo è per niente, soprattutto se si pensa all’abisso in cui sta rischiando di precipitare l’action americano dopo i danni apocalittici commessi dai vari epigoni di John Wick.
Il tutto, si capisce, va riportato entro i confini (che, ripetiamolo, sono ristretti, piccini e un po’ gretti) dell’ambientazione romana del film, importantissima, sia per quanto riguarda l’uso dei luoghi e delle atmosfere, sia per quanto riguarda il contenuto simbolico de La Città Proibita. (Lucia, ilgiornodeglizombi)
Film riuscito a metà
Nessuno toglie dalla testa al sottoscritto che questo sia un film riuscito solo a metà. Volendo usare una metafora un po’ spinta, è come una sinfonia suonata con grande maestria, ma priva di un tema portante davvero memorabile. L’armonia c’è, l’esecuzione è impeccabile, ma manca quella melodia che ti resta dentro. Ma d’altronde, come diceva Jackson Pollock: “Creare un’opera d’arte è un po’ come fare l’amore, vorresti non finisse mai”. Non si sa cos’altro dire, se non che si preferiva il Mainetti della prima maniera.
(Nicola Bertone / instArt 2025)
Scheda a cura di Paolo Filauro
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