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Le città di pianura

 

 

Regia :    Francesco Sossai
Sceneggiatura :    Francesco Sossai, Adriano Candiago
Interpreti : Filippo Scotti (Giulio), Sergio Romano (Carlobianchi), Pierpaolo Capovilla (Doriano), Roberto Citran (Cavalier Fadìga)  -Andrea Pennacchi (Genio)
Scenografia : Paula Meuthen
Costumi : Ilaria Marmugi, Guillem Soler Pou
Montaggio : Paolo Cottignola
Fotografia :  Massimiliano Kuveiller
Musiche : Krano
Produttori : Marta Donzelli, Gregorio Paonessa
Produzione : Vivo Film, Rai Cinema, Maze Pictures
Distribuzione :   Lucky Red
Origine :  Italia, Germania, 2025
Durata :  98 min.

 

Il Regista

Francesco Sossai ,nasce  a Feltre, il 4 gennaio 1989 .  Cresciuto a Sedico , dopo la laurea in Lingue e Letterature Moderne all'Università La Sapienza di Roma viene ammesso al corso di regia della Deutsche Film- und Fernsehakademie Berlin di Berlino dove segue corsi con registi come Béla Tarr, Apichatpong Weerasethakul e Pedro Costa: nell'ambito del diploma dirige nel 2021 il suo primo lungometraggio, Altri cannibali, risultato vincitore della competizione per opere prime al Tallinn Black Nights Film Festival e del Vanguard Award al Vancouver International Film Festival, nel 2022.
Il cortometraggio Il compleanno di Enrico festeggia la sua première alla Quinzaine des Cineastes del Festival di Cinema di Cannes 2023 e vince il Premio Young for Young al festival Visioni Italiane 2024 presso la Cineteca di Bologna.
Nel 2025 dirige Le città di pianura, presentato in anteprima al Festival di Cannes 2025 nella sezione Un Certain Regard il 21 maggio. Per il quale vince il David di Donatello per la migliore sceneggiatura originale, per la miglior regia e per il miglior film nel 2026.

Sinossi
Doriano, detto Dori, e Carlobianchi (sì, tutto attaccato) sono amici di bevute, in un Veneto rurale che pare quasi il Far West. Il loro obiettivo nella vita è sfondarsi di lumache e polenta e andare a bere l'ultima ombra di vino: "una voglia che va al di là della sete". Hanno scoperto il segreto del mondo, ma da sobri non se lo ricordano, e credono alla leggenda metropolitana secondo cui il loro storico amico Genio, "il più premiato vincitore del Caliera Trophy", ha nascosto da qualche parte un tesoretto ricavato dalla vendita di frodo di occhiali dal sole. Per questo, e perché gli vogliono bene, devono andare a prenderlo all'arrivo dall'Argentina, dove si era rifugiato in attesa della prescrizione per i sui reati. Lungo il loro percorso incontrano Giulio, studente di Architettura timido e insicuro, che si unisce al loro viaggio e impara a vivere alla giornata - ma non senza una missione temporanea - come fanno Dori e Carlobianchi da sempre.

Cosi’ la critica


                .. Positiva..
Unica possibile parafrasi italiana di Shakespeare a colazione, La città di pianura è un road movie imbevuto di alcool, di ribellismo e di una malinconia che non cede mai al disfattismo e al nichilismo. Sossai mescola la commedia all’italiana con Jarmusch e Kaurismaki, e traccia una mappa geografica, antropologica e psicologica di un territorio tanto fisico (la provincia veneta) quanto interiore, per raccontare la voglia testarda e sventata di vivere una vita di cui sfuggono sempre segreti e significato.
 Su ammissione dello stesso regista,  Le città di pianura nasce da un incontro fortuito avvenuto in una notte d’inverno di quasi dieci anni fa a Venezia con un giovane studente di architettura dello IUAV. Su di esso, tutto intorno, una raccolta di immagini e suggestioni, pezzi di dialoghi origliati al bar e in treno, su autobus e piazze vuote, resi infine, da Sossai e il co-sceneggiatore Adriano Candiago, un racconto totalizzante profondamente locale, eppure sorprendentemente universale, sul cogliere l’attimo e sul tempo della vita, o per meglio dire sui tempi della vita. Di quando tutto sembra possibile e raggiungibile e di quando, invece, decide che non è così, costringendo l’intera esistenza in un eterno vagare in un paesaggio che non esiste: un’enorme infrastruttura in cui muoversi senza nessun posto dove andare. Nel suo impianto da poeticamente scanzonato road movie nella sterminata pianura veneta che viaggia spedito, al ritmo di una ballad, tra fiumi di birra e cocktail di gamberi stantii, lumache in umido con polenta, strisce di cocaina e gare rally in motoape, ricordi falsati da soggettive fantasiose e altri vividi che odorano del vissuto del reale, Sossai racconta di sogni a occhi aperti e altri mancati. Di iniziazioni, prime volte e ultime volte indimenticabili, di baci idealizzati, regali improbabili e corse in treno.
Ma soprattutto dell’esperienza, dell’importanza di sperimentare e di come la realtà renda più bello ciò che abbiamo soltanto potuto immaginare su carta. “Non c’è mai un’altra volta” dice una delle linee dialogiche che de Le città di pianura è un po’ il cuore tematico, umano e spirituale. E se Romano e Capovilla si segnalano in performance intense, malinconiche, spigolose e paterne, e Scotti incarna bene nei suoi contorni caratteriali di puro talento i panni di un figlio o forse un fratello minore a cui vorremmo dare un consiglio affettuoso, l’inerzia del racconto e delle sue dinamiche a metà tra il miglior Ashby dolceamaro de L’ultima corvé e il sensazionale Risi de Il Sorpasso, finiscono con il rendere Le città di pianura un film meritevole di menzione da cui è facile – e bello – lasciarsi stregare.
(Cinecriticaweb, Francesco Parrino ,Luglio 2025)

…..E’un film in direzione contraria ma non ostinata, tutto al maschile ma non tossico, tutto di pianura ma con saliscendi umanissimi: un buddy movie, anche, che della provincia veneta non distilla il meccanico, ma il sentito, non il dialetto, ma l’esperanto.
Tra l’antropologico e il surreale, l’annaffiato e il liminare, Sossai tira il sasso e non nasconde – troppo - la mano, chiedendo ai due moschettieri col gomito alzato e l’apprendista Giulio di portarsi via e portarci dentro, sulle orme di Mazzacurati e i disimpegni di Jarmusch, e il sentire/sentore di Kaurismaki – e la verticalità, ehm, estrema di Carlo Scarpa.Abbastanza pazzesco, per splendida inattualità nel nostro cinema, per idea, misura e tenuta. Si direbbe, e lo diciamo, che abbiamo un autore in fieri, compreso e indomito, razionale e libertario, vero e perfino misericordioso.
Nel cast Roberto Citran (uno spasso di senso l’arrivo in elicottero alla fabbrica, e chi vi ricorda il suo megapresidente? Giusto, Fantozzi) e Andrea Pennacchi (un po’ tanto dimenticato dallo script), Scotti e Romano sono diligenti e qualcosa di più, il frontman del Teatro degli orrori Capovilla mostruoso, ché fa cinema appena inquadrato, e Sossai li usa tra serio e faceto, chiedendo alla pellicola l’identità, all’italiana la commedia, alla veneta la presa del reale, a sé stesso l’affabulazione con gli occhi lucidi, la voce roca, di chi molte ne ha viste.
E ancora ne ha: da farci bere, pardon, vedere.
(cinematografo.it / Federico Pontiggia, 21maggio2025)

La teoria dell’utilità marginale decrescente, nota legge dell’economia, per cui la soddisfazione tratta da ogni quantità di bene consumato diminuisce all’aumento del livello di consumo di quel bene, non si applica nel caso dell’alcool. “Un’ultima” è sempre una parola d’ordine a cui non si può dire no, anche quando non si ha sete. Così, l’infinita ricerca di Carlobianchi e Doriano di un ultimo bicchiere è una specie di missione, un patto di amicizia, oltre che un viaggio senza né capo né coda tra le città di pianura, da un lato all’altro del Veneto, tra Venezia, Altivole e i paesi della provincia di Treviso.
Forse c’è più di un cliché, in questo modo di vedere le cose. Ma anche, come spesso accade, più di una verità. Come racconta bene la scena in cui Giulio si incanta su un dipinto della scuola del Veronese, un “capriccio” che ritrae un paesaggio immaginario che collega direttamente le montagne alla laguna veneta, di fatto cancellando tutto ciò che sta in mezzo, le città di pianura. Quelle che, invece, vuole raccontare Francesco Sossai, una provincia anonima, piatta, senza alcuna apparente attrattiva, che diventa il riflesso di tutte le “terre di mezzo”. Piegate dalla volgarità indifferente dell’industrializzazione e dell’economia trainante, dagli scempi estetici ed esistenziali del paesaggio. Trasformate in “territorio”, nella logica economica dello sfruttamento e della valorizzazione. Epperò ancora custodi di segrete meraviglie. Come la Tomba Brion di Carlo Scarpa ad Altivole, che diventa la meta ultima di una specie di pellegrinaggio alcolico, che sia un percorso di maturazione o di improvvisa illuminazione.
Sì, magari, c’è un che di didascalico, di fin troppo esplicito nel discorso di Francesco Sossai. Forse il bisogno di dover chiarire e rimarcare, nel timore che le immagini non arrivino da sole. Ed è evidente proprio nella scena alla tomba Brion: quel luogo magico di sospensione e di elaborazione del lutto ha tutta la forza per parlar da sé, senza cercare una guida nelle spiegazioni di Giulio. Però lo sguardo di Sossai, grazie anche alle sonorità delle musiche dei Krano, è chirurgico nel raccontare una certa vita di provincia (e non solo di “una certa provincia”), fatta di stanchezze disperate, di luoghi e giornate “sempre uguali”, di pensioni gettate via nelle macchinette. Nel restituire, tra la malinconia e il divertimento, gli atteggiamenti di una generazione, quella intorno ai 50, fancazzista, perdigiorno, mai perfettamente integrata, eppure non resa cieca dalla rabbia. Per cui il disincanto non si è trasformato in nichilismo o in rassegnazione, ma in una sorta di sfiammatezza resistente.
(Sentieri Selvaggi, Aldo Spiniello , 30 settembre 2025)


            ..E Negativa..
Ma? Che dire? Probabilmente i vari recensori devono avere un'idea tutta loro del Veneto, sicuramente diversa da chi ci vive veramente. Il film è molto debole, ha una trama esile e l'apice solo nel tasso alcolico molto, ma molto alto. I personaggi sono interpretati anche con buon estro, ma poco aiutati dalla sceneggiatura, fatta soprattutto di luoghi comuni, sul bere l'ultimo bicchiere come unico senso della vita, con adulti mai cresciuti e la presenza di un giovane studente di architettura (un bravo Filippo Scotti, quello di “E’ stata la mano di dio” di Sorrentino) che si fatica a credere che venga coinvolto così facilmente nella tre giorni di scorribande alcoliche lungo la pianura veneta.
Qualche buono spunto c'è, l'episodio della villa (con un occhio ad Amici miei) minacciata dalla costruzione di una fantomatica autostrada Lisbona-Treviso-Budapest, Carlo Scarpa e la visita alla tomba Brion, la teoria economica dell'utilità marginale spiegata perfettamente con l'ausilio di alcune fette di salame (sarebbe carino proporla alle lezioni di microeconomia all'università), la mappa del tesoro (costruita però con qualche titubanza e risolta poi in maniera troppo sbrigativa). Ma queste piccole perle annegano (anche nel vero senso della parola) tra i fumi dell'alcol e una parte centrale del film che gira un po' a vuoto.
In conclusione non mi sembra di aver visto una pellicola imperdibile.
( debaser.it/JackBeauregard)

                                                      (scheda a cura di Stefano Bona)





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