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Un semplice incidente

(A Simple Accident)

Regia: Jafar Panahi
Sceneggiatura: Jafar Panahi
Fotografia: Amin Jafari
Interpreti: Vahid Mobasseri, Ebrahim Azizi, Mariam Afshari, Hadis Pakbaten, Majid Panahi, Mohamad Ali Elyasmehr
Produzione: Bidibul Productions, Les Films Pelléas, Pio & Co
Distribuzione: Lucky Red
Origine: Iran, Francia, 2025,
Durata: 105’

Il Regista
Jafar Panahi (Mianeh, 11 luglio 1960) è un celebre regista, attore, sceneggiatore e montatore iraniano, tra i massimi esponenti della Nouvelle Vague iraniana e del cinema neorealista contemporaneo.
Dopo gli studi di cinema e televisione a Teheran e l'esperienza come assistente di Abbas Kiarostami, debutta nel lungometraggio con Il palloncino bianco (1995), vincitore della Caméra d'or a Cannes.
Si afferma a livello internazionale vincendo i massimi riconoscimenti nei maggiori festival europei: il Pardo d'oro a Locarno con Lo specchio (1997), il Leone d'oro a Venezia con Il cerchio (2000), l'Orso d'oro a Berlino con Taxi (2015) e la Palma d'oro a Cannes con Un semplice incidente (2025).
A causa delle sue posizioni critiche verso il governo e la repressione in Iran, i suoi film sono stati spesso banditi in patria. Nel 2010 è stato arrestato e condannato al divieto di girare film o lasciare il Paese per vent'anni, una restrizione che ha aggirato realizzando opere clandestine come This Is Not a Film (2011). Nuovamente arrestato nel 2022, è stato rilasciato nel 2023 dopo uno sciopero della fame.

Sinossi
Padre, madre e figlioletta percorrono di notte una strada in auto quando un cane finisce sotto le ruote. Ciò provoca un danneggiamento al veicolo che costringe ad una sosta per la riparazione. Un uomo che si trova sul posto riconosce nel conducente dell'auto un agente dei servizi segreti che lo ha sottoposto a violenza in carcere. Riesce a sequestrarlo ed è pronto a seppellirlo vivo quando gli viene il dubbio che si tratti di uno scambio di persona...

Diresti che Un semplice incidente è il risultato diretto dalla tua seconda incarcerazione? Assolutamente sì. Fin dall’inizio, i miei film hanno sempre affrontato ciò che accade nella società e nel mio ambiente circostante. Quindi, naturalmente, trascorrere sette mesi nel contesto molto specifico di una prigione non poteva che trovare spazio nel mio cinema. Quando sono stato arrestato la prima volta, nel 2010, durante l’interrogatorio mi hanno chiesto: “Perché fai questo tipo di film?”. Ho risposto che i miei film si basano sulla mia esperienza personale della realtà. E quindi, in qualche forma, anche cioè che stavo vivendo in quel preciso momento sarebbe inevitabilmente apparso in un film. È successo anche in Taxi Teheran, in particolare la conversazione con l’avvocato Nasrin Sotoudeh. Ma la seconda esperienza in carcere mi ha segnato in maniera ancora più profonda. Quando sono uscito, sentivo il dovere di fare un film per le persone che avevo incontrato dietro le sbarre. Glielo dovevo. E anche se quello che racconto si basa sulla mia esperienza personale, ciò che ho vissuto io non si discosta affatto da ciò che stava accadendo nella società iraniana in senso più ampio, in particolare con la rivoluzione “Donna, Vita, Libertà” iniziata nell’autunno del 2022. Molte cose sono cambiate in quel periodo.
(dal Pressbook)

 

Un semplice incidente è un film politico e diretto, immaginato però con una vena ottimistica che può sembrare quasi distopica, tratteggiando un contesto dove le donne portano i foulard dai colori più luminosi, coi nodi allentati, e l’aria in generale sembra essere di distensione se non di apertura a un tuttora inimmaginabile cambiamento. Un contesto dove un piccolo incidente come quello del titolo può aprire una crepa nelle strutture di autoconservazione del regime iraniano, una frattura attraverso cui emerge una campionatura simbolica di voci della società civile (l’artigiano, la fotografa, la sposa col marito, il giovanotto facile a infiammarsi, tutti interpretati da attori non professionisti), serpeggia il dilemma di come reagire ed eventualmente punire chi ha gestito il potere con violenza, un giorno che la crepa dovesse diventare irrichiudibile.
Ma è nella chiusa, dove recupera la luce diurna, naturale, che Panahi sintetizza al meglio l’impossibilità di risolvere il dramma, di guarire il trauma; là dove l’immagine non può dire più di quanto abbia già fatto, rientra in gioco il suono, ambiguo, inquietante, e nessuno può dire se sia l’eco inesauribile del passato o l’inizio di una sua reiterazione.
(Alessandro Uccelli, Cineforum)


Un semplice incidente è un microcosmo dove tutto è velato, in cui non si ha la sicurezza di nulla (lo stesso Vahid non è certo di ciò che ha davanti), dove il trauma ha seminato una giustizia “fai da te” e il “non agire” uccide moralmente l’anima dei protagonisti. In un momento in cui la giustizia a livello globale è spesso messa in crisi, Panahi ci ricorda che l’impunità non può essere semplicemente ignorata o nascosta sotto il tappeto. A prima vista, il film può sembrare leggero, ma lo è solo in apparenza. A una lettura più profonda si rivela un’opera politica, contemplativa, non ordinaria, in cui il regista riesce a trasformare un lieve incidente in un monito di coraggio e umanità.
(Chiara Bertoncini, Drammaturgia)

É per il tramite della mente gruppale che i protagonisti del film riusciranno a dare parola a memorie sensoriali fino a quel momento rimaste mute, trasformandole in affetti rappresentabili, aprendo così la via per la simbolizzazione del trauma. Così, identificandosi con il proprio bambino interno inerme e violato, il gruppo troverà un oggetto da salvare  nella figlia dello sconosciuto, terrorizzata perché rimasta sola, ristabilendo così ognuno i confini della propria identità e, conseguentemente, sciogliendo l’enigma sull’identità dell’uomo.
Muovendosi agilmente tra vari registri narrativi: il thriller, il dramma e la surreale ironia, Panahi racconta con cristallina umanità le vicende del suo Paese, scosso da continui rigurgiti di repressione e violenza che egli stesso ha conosciuto. Il film è tanto più prezioso considerando il tempo attuale, in quanto sembra indicare la speranza legata l’accoglimento da parte di un’altra mente di vissuti traumatici indicibili, condizione necessaria per il loro contenimento e la loro simbolizzazione, unici antidoti rispetto rischio di agire altrettante repliche amplificate e vendicative della distruttività. 
(Alessandra Meneghini, Società Psicoanalitica Italiana)

Sebbene sia facile e non per forza inesatto leggere Un semplice incidente come una messa alla berlina del sistema vigente a Teheran, di cui come ben si sa Panahi è un severo oppositore – al punto da essere stato in più occasioni punito dalla legge – il film in realtà si articola come una disquisizione sul dovere morale di agire contro chi vessa, e sul significato dell’aggettivo spietato di fronte a chi tale lo è stato davvero, senza porsi chissà quali rovelli morali, e senza in alcun modo cercare di sfuggire alle griglie rigide del sistema. Quando Hamid accusa gli altri “cospiratori” (e quanta potenza anche ironica, sardonica, sarcastica, tragicamente divertente rilascia questa splendente opera) di non aver compreso come sia troppo semplice accusare un sistema senza cercare di comprendere come esso sia reso efficiente e possibile grazie alle individualità di chi vi lavora in modo inesausto ed efficace, Panahi non sta parlando dell’Iran attuale, ma della necessità di combattere il fascismo con la lotta come unico viatico per sperare di trovare una soluzione sulla quale, a scanso di equivoci, il cineasta è compiutamente pessimista.
(Raffaele Meale, Quinlan)

(scheda a cura di Paolo Filauro)




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