Il Regista
Miguel Gomes (Lisbona, 1972) è un regista portoghese. Laureatosi alla Escola Superior de Teatro e Cinema di Lisbona, ha inizialmente lavorato come critico cinematografico. Dopo aver diretto diversi cortometraggi, nel 2004 esordisce nel lungometraggio con A cara que mereces. Seguono Aquele querido mês de agosto (2008, Quinzaine des Réalisateurs), Tabu (2012, Premio Alfred Bauer e Premio FIPRESCI alla Berlinale), Le mille e una notte – Arabian Nights (2015, un’opera in tre capitoli presentata alla Quinzaine des Réalisateurs) e Diarios de Otsoga (2021, Quinzaine des Cinéastes) co-diretto con Maureen Fazendeiro. Con Grand Tour, suo sesto lungometraggio, ha vinto il premio per la Miglior Regia all’ultima edizione del Festival di Cannes
Sinossi
Rangoon, Birmania, 1918. Edward, un funzionario dell'Impero britannico, fugge dalla fidanzata Molly il giorno del suo arrivo per il loro matrimonio. Durante il viaggio, però, il panico si trasforma in malinconia. Contemplando il vuoto della sua esistenza, il codardo Edward si chiede che fine abbia fatto Molly… Nel frattempo Molly, decisa a sposarsi e stranamente divertita dalla fuga di Edward, segue le tracce del fidanzato in un lungo grand tour asiatico.
NOTE DI REGIA
È una storia che gioca su stereotipi universali: la testardaggine delle donne che trionfa sulla codardia degli uomini. Il percorso del futuro sposo seguiva l’itinerario del grand tour. All’inizio del XX secolo, si definiva “grand tour asiatico” il viaggio che iniziava in una delle grandi città dell'Impero britannico in India e si estendeva fino all’Estremo Oriente, terminando in Cina o in Giappone. Tanti viaggiatori europei lo intrapresero, e molti di loro scrissero libri sulla loro esperienza. Partendo dall’idea generale di un fidanzato in fuga che percorre l’itinerario del grand tour, abbiamo deciso che avremmo scritto la sceneggiatura solo dopo averlo intrapreso anche noi. Abbiamo filmato il nostro viaggio nel 2020, creando così un archivio visivo e sonoro. A partire da questo resoconto audiovisivo della realtà, abbiamo poi scritto la sceneggiatura. Diversamente da quanto accade di solito nei film che lavorano con l'archivio, le immagini che abbiamo utilizzato non appartengono al passato, bensì al presente. Il resto del film, invece, girato nei teatri di posa di Lisbona e Roma, è ambientato nel passato, nel 1918. I due protagonisti del film percorrono un territorio così vasto per ragioni complementari: Edward fugge dalla sua fidanzata Molly, mentre Molly insegue il suo fidanzato Edward. Lui vuole evitare, o perlomeno rinviare, il loro matrimonio; lei, invece, è determinata a sposarlo. Le avventure che nascono dagli spostamenti di Edward e Molly sono, in sostanza, il motore narrativo del film e sono frutto delle interazioni virtuali tra i due: una sinfonia di incontri mancati provocati dalla casuale intromissione degli altri e del mondo. Come nelle screwball comedies degli anni ’30 e ’40, la donna è una cacciatrice mentre l’uomo è la sua preda. Ma in Grand Tour i due protagonisti sono separati sia nello spazio che nel tempo e il cambio di prospettiva dal personaggio maschile a quello femminili trasforma la commedia in melodramma. Ci sono vari grand tour in questo film. C’è il percorso geografico che si disegna nelle immagini dell’Asia contemporanea e che corrisponde all’itinerario percorso dai protagonisti in un’Asia immaginaria costruita in studio. C’è il grand tour emotivo che Edward e Molly vivono ognuno a modo proprio e che rappresenta un territorio non meno vasto di quello che percorrono fisicamente. E soprattutto, c’è l’immenso grand tour che unisce ciò che è separato: i paesi, i generi, i tempi, la realtà e l’immaginazione, il mondo e il cinema. Ed è proprio quest’ultimo grand tour in cui vorrei invitare gli spettatori. È a questo che serve il cinema, credo. (Miguel Gomes)
Un diario di viaggio
Gomes non si limita a costruire un racconto, ma piuttosto una serie di suggestioni, di immagini, di memorie che creano un tessuto connettivo visuale in grado di riempire lo schermo a dismisura. E che in questo caso fa somigliare il film più a un diario di viaggio – sullo stile di Sans soleil (1983) di Chris Marker, cui evidentemente si ispira – che a una vera e propria opera filmica in senso tradizionale. Girato in 16mm, con un’alternanza fra bianco e nero e colore e inserti di spettacoli di marionette, mimo e teatro popolare dei vari paesi in cui la storia approda, Grand Tour lavora sulla
costruzione di uno sguardo e sulla ricerca, rigorosissima, di una prospettiva capace di veicolarlo quello sguardo.
Situando il racconto in un momento chiave della storia moderna, quel secondo decennio del 1900 che segna il passaggio cruciale fra modernità e contemporaneità, Gomes parla infatti del nostro presente. E più nel dettaglio dell’origine di uno sfaldamento, di una cesura insanabile fra due mondi che giocano il loro rapporto su un’infinita reciproca appropriazione culturale. Le immagini frastagliate, sgranate e difficili da dotare di senso in termini oggettivi in fondo dicono proprio questo, così come l’accompagnamento delle voci off che spiegano le coordinate del racconto cambiando continuamente lingua (seguendo il viaggio dei protagonisti) asseconda questa prospettiva. Non è cinema per tutti quello di Gomes ma è senz’altro un cinema che merita lo spazio di riflessione e negoziazione che reclama. (Lorenzo Rossi, Cineforum)
UFO cinematografico
Grand Tour occupa lo slot (di questi tempi solo uno, ahinoi, e nemmeno occupato ogni singolo anno) che il festival di Cannes riserva annualmente ad UFO cinematografici che non assomigliano a niente e che tentano di ridisegnare i confini di ciò che sia o possa essere, oggi, un film “d’autore” europeo, in un’epoca in cui non ci si può non sporcare le mani con la de-mondializzazione che infiamma tutt’intorno al nostro continente.
Questo progetto, la cui progettazione e lavorazione si è estesa su quasi cinque anni, alterna una vicenda finzionale in bianco e nero del 1918 (un diplomatico britannico sperduto tra Birmania, Tailandia, Cina, Giappone e altri frondosi avamposti dell’estremo oriente, da sette anni separato dalla fidanzata con cui vuole ricongiungersi e che segue le di lui tracce) a materiali di repertorio contemporanei di quei medesimi pezzi di Asia, a volte a colori altre no, cuciti insieme in maniera straordinariamente fluida (il film scorre che è una meraviglia; una oppiacea, onirica meraviglia) soprattutto da un tappeto sonoro i cui rumori e le cui musiche (dal Trovatore ai valzer straussiani ad altro) suggeriscono una belle epoque che, qui in Occidente (e basta aprire un giornale per ricordarselo) non finisce mai di finire, perché a non finire mai di finire è la forma dell’Impero, sempre agonizzante e sempre anacronisticamente in auge. Per questo, anche i personaggi inglesi parlano portoghese: un impero vale l’altro. (Marco Grosoli, Spietati)
Tutto ciò espresso in un’opera a tratti ostica ma comunque originale e in gran parte affascinante.
(Juri Saitta, CineCriticaWeb)
Scheda a cura di Paolo Filauro |