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The Old Oak

Regia: Ken Loach
Sceneggiatura: KenLoache Paul Laverty
Scenografia: Fergus Clegg
Cast: Dave Turner (T.I. Ballantyne), Ebla Mari (Yara), Laura (Claire Rodgerson), Charlie (Travor Fox), Vic (Cris MC Glade), Eddy (Col Tait), Garry (Jordan Louis), Erica (Carissie Robinson), Jaffa (Cake Chrisgotts), Maggie (Jen Patterson), Archie (Arthur Oxley), Joe (Joe Armstrong), Micky (Andy Dawson), Tommy (Maxie Petrus)
Fotografia: Robbie Ryan
Montaggio: Jonathan Morris
Musica: George Fenton
Costumi: Joanna Slater
Origine: Regno Unito e Francia, 2023
Durata: 1h e 53’

 Il Regista
Ken Loach è nato a  Nuneaton, Warwickshire nel 1936. A lungo impegnato in regie teatrali e soprattutto televisive, esordì nel cinema con Poor cow (1967) e si affermò presto, per lo spirito di denuncia, la tecnica documentaria, l'attenzione ai problemi dei giovani e della classe operaia, come uno degli autori più rappresentativi del cinema inglese. Tra i film successivi: Kes (1969); il fortunato Family life (1971); A question of leadership (1981); Hidden agenda (1990); Riffraff (1991); Raining stones (1993); Ladybird Ladybird (1993). Nel 1994 gli è stato assegnato il leone d'oro alla carriera alla Mostra del cinema di Venezia. La particolare attenzione alla tematica sociale e la tendenza a entrare nella drammatica quotidianità dei suoi personaggi si sono riproposte in Land and freedom (1995, ambientato durante la guerra civile spagnola), Carla's song (1996), My name is Joe (1998), Bread and roses (2000), The navigators (Paul, Mick e gli altri, 2001), Sweet sixteen (2002), il segmento United Kingdom in 11' 09'' 01 - September 11 (2002), A fond kiss (Un bacio appassionato, 2004), The wind that shakes the barley (2006, premiato con la Palma d'oro al Festival di Cannes), It's a free world (In questo mondo libero, 2007), Looking for Eric (Il mio amico Eric, 2009), The angels' share (2012), vincitore del premio della giuria alla 65° edizione del Festival di Cannes, The spirit of  '45 (2013), documentario sulla fine della seconda guerra mondiale e la vittoria dei laburisti contro Churchill, Jimmy’s Hall (2014), I, Daniel Blake (2016, premiato con la Palma d'oro al Festival di Cannes), Sorry we missed you (2019) e The Old Oak (2023). Nel 2012 ha ricevuto il premio alla carriera del Festival di Torino.

Il film
Il film è ambientato in Inghilterra nella contea di Durham, un tempo ricca e popolosa zona mineraria e nel 2016 (anno in cui si svolge il racconto) in condizione di semiabbandono. Tale situazione è stata determinata dal fallimento del mitico sciopero dei minatori inglesi: questo, iniziato il 6 marzo 1984, si concluse un anno dopo (3 marzo 1985) con la sconfitta del sindacato e la vittoria del governo di Margaret Thatcher che poté proseguire la sua politica iperliberista e di ridimensionamento dello stato sociale. Politica che per il settore estrattivo prevedeva la chiusura di un rilevante numero di miniere con il licenziamento di migliaia di lavoratori senza alcun programma di riassorbimento. Particolarmente colpito fu il settore carbonifero. Le scelte thatcheriane nel breve periodo risollevarono l’economia inglese, ma a lungo termine ebbero - e non poteva essere altrimenti - pesanti conseguenze sul piano sociale gettando nella povertà intere regioni con chiusura di attività produttive di ogni tipo, creando disoccupazione e abbandono dei paesi in cerca di lavoro e di una vita migliore. Il Film di Loach ne mostra gli effetti circa trent’anni dopo. The Old Oak è l’ultimo pub rimasto stentatamente aperto in uno dei tanti paesi della Contea in crisi avanzata dopo la chiusura delle miniere. Forse è qualcosa di più: come la quercia di cui porta il nome affonda le radici nel terreno e resiste alle intemperie, così il locale di TJ Ballantyne divenuto l’unico punto d’incontro e di socializzazione è nell’inconscio collettivo il trait d’union con un futuro migliore. E qualcosa accade. Il paese, come tanti altri nella stessa situazione, è stato scelto per collocare nelle case abbandonate i profughi siriani (fuggiti dalla guerra civile) con il duplice scopo di inserirli in un contesto sociale e di contrastare l’abbandono dei paesi. Naturalmente non era questa la speranza attesa e Loch con la consueta bravura, sensibilità e pacatezza descrive la dolorosa assurdità delle lotte tra poveri. The Old Oak non è però un film pessimista. Un raggio di luce squarcia le tenebre della paura e della incomprensione: è l’amicizia che nasce tra Ballantyne e Yara, una giovane profuga siriana che vuol conoscere e capire la nuova realtà in cui vive e operare per superare indifferenze e contrapposizioni. Con il proprietario del pub organizzano in una sala del locale ormai inutilizzata una mensa popolare sperando di creare coesione tra le due comunità, suscitando peraltro il risentimento di chi è contrario agli immigrati. Sarà solo un evento doloroso che provocherà un momento di solidarietà.

Kean Loach regista civile
Vedere un film di Ken Loach significa per la mia generazione cresciuta nel rispetto delle regole democratiche e delle persone (indipendentemente dalla coincidenza delle idee) fare un salto indietro nel tempo quando esisteva il “cinema civile” cioè quei film che trattavano il rapporto della società con i meno abbienti, gli emarginati, il rispetto delle regole e la dura lotta quotidiana per ‘arrivare a fine mese’ vivendo onestamente e possibilmente dignitosamente. Era la seconda metà del secolo XX e la nostra cinematografia su questi argomenti faceva scuola e capolavori, ma in ogni Paese vi erano registi che più o meno bene, con maggiore o minore successo sviluppavano le stesse problematiche. Nell’attuale panorama cinematografico, invece, tali film sono pressoché scomparsi fatta eccezione, a quanto mi risulta dei fratelli Dardenne (ma mi paiono piuttosto silenti) e Ken Loach che mi sembra sempre più ‘L’ultimo dei Moicani’ (titolo di un bel romanzo di F. Cooper per ragazzi) nello spendersi su queste tematiche.
Ken (Kenneth Charles) Loach nasce a Nuneaton da una famiglia operaia e a quel mondo - i cui problemi e sacrifici ha vissuto direttamente negli anni giovanili - ha dedicato la vita cercando sia di farlo conoscere con la propria arte sia di aiutarlo con il proprio impegno politico. Militante nella sinistra radicale del partito Laburista fino alla fine degli anni novanta, lo abbandona in aperta polemica con il New Labour di Tony Blair accusato di trascurare le esigenze delle “periferie umane” della società e la sostanza degli ideali socialisti per sposare un neoliberalismo spesso selvaggio e cercando come riferimento più la borghesia illuminata che il mondo degli operai e degli emarginati. Con il senno di poi possiamo dire che questa scelta dopo iniziali successi ha involontariamente provocato la crisi della Sinistra nel mondo occidentale e altri due esiti negativi: il grande successo di una destra illiberale e populista e la crisi della destra conservatrice, ma democratica. Forse Loach con la sensibilità dell’artista lo aveva intuito da subito. In lui l’impegno politico e quello professionale si integrano non solo nei temi prescelti per film per il grande schermo, documentari e film per la televisione, ma anche nello stile che conserva sempre caratteri propri dei prodotti televisivi e l’esigenza di documentare situazioni reali all’interno di fiction. Nei suoi lavori, Loach denuncia di volta in volta le umiliazioni riservate agli ultimi, agli emarginati, agli immigrati e a chi per qualsiasi motivo appare “diverso”. In quest’ottica il suo stile non può che essere duro anche se temperato dalla simpatia per le vittime. Coerenza stilistica che troviamo anche quando oggetto delle sue denunce non sono categorie umane, ma i sistemi economici che sacrificano la dignità umana al profitto come la ‘gig economy’ (modello economico basato su lavoro temporaneo, occasionale e su richiesta) che in modo più o meno occulto ha caratterizzato questi ultimi decenni con pesanti ripercussioni sociali sul presente e sul futuro dei popoli: è inutile per esempio piangere sulla crisi delle natalità quando da decenni si esalta la mobilità del lavoro che in realtà si traduce in precariato, contratti a tempo determinato et similia che creano incertezza sul futuro e quindi frenano l’idea di avere figli in un sistema di vita come l’attuale.
I film di Ken Loach sono come la vita: mai consolatori ma invitano a riflettere e a scuotere gli spettatori e le loro coscienze (quando esistono)

[Scheda a cura di Salvatore Maria Longo]




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